Leggiamo nel Vangelo secondo Marco: «Allora venne a Lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì». Sono parole che illuminano la biografia di padre Gaetano Nicosia, missionario salesiano in Cina, soprannominato “l’Angelo dei lebbrosi”.

Nato il 3 aprile del 1915 a San Giovanni la Punta, allora piccolo centro e oggi sobborgo dell’hinterland di Catania, fu concittadino di un altro grande missionario italiano in terra cinese: il beato Gabriele Allegra, il cui cammino incrocerà in tante occasioni. Di umili natali, perse il padre, caduto al fronte durante la prima guerra mondiale, all’età di tre anni. A 16 anni, il giovane Gaetano Nicosia maturò la vocazione salesiana, ne seguì il percorso di formazione e nel 1935 fu inviato a Hong Kong, da cui fu poi trasferito nel 1939 a Macao. Durante questi anni fu impegnato sia in un’intensa attività catechistica, sia negli studi di teologia finalizzati all’ordinazione sacerdotale, che ebbe luogo sempre a Macao il 25 marzo del 1946. Per circa un anno fu collaboratore del vescovo di Shaoguan, nella regione di Canton, presso una delle più antiche comunità cattoliche presenti in Cina, risalente all’evangelizzazione del gesuita Matteo Ricci alla fine del secolo XVI. Ma con l’avvento al potere, dopo una sanguinosa guerra civile, dei comunisti di Mao Zedong, padre Nicosia fu espulso dal territorio della Repubblica cinese e costretto a trasferirsi a Hong Kong, allora sotto il governo inglese. Qui per alcuni anni si dedicò ad attività educative e di formazione scolastica.

La sua vocazione, tuttavia, lo spingeva verso gli ultimi e questo suo desiderio fu inaspettatamente esaudito quando il vescovo di Macao, Paulo José Tavares, richiese missionari da mandare presso un lebbrosario nell’isola di Coloane. Si trattava di un compito estremamente impegnativo, poiché i lebbrosi, circa un centinaio, vivevano in stato di abbandono. Le autorità governative, infatti, non si occupavano di loro e i malati, o sarebbe meglio dire i reclusi, erano senza alcuna assistenza, anche quella indispensabile che avrebbero dovuto ricevere dai medici preposti alla loro cura. I lebbrosi che vi erano stati mandati erano quindi destinati a rimanervi fino alla morte, senza speranza alcuna di ritorno al precedente stato di vita. Oltretutto, qualora fossero guariti, sarebbero stati respinti, sottoposti com’erano allo stigma sociale determinato dalla loro malattia. Numerose, pertanto, furono le persone che, disperate, si suicidavano. Padre Nicosia, appena arrivato, avviò un piano di intervento che prevedeva non soltanto la cura medica dei malati, ma anche il miglioramento delle condizioni igieniche e abitative e la predisposizione di attività lavorative. Impegnò così i lebbrosi che vi risultavano abili nella coltivazione dei campi, nell’artigianato, nell’allevamento. Tanti edifici furono ristrutturati, altri vennero edificati e soprattutto fu eretta una chiesa dedicata alla Madonna. I risultati non tardarono ad arrivare: molte persone guarite, per le quali padre Nicosia si era premurato di trovare un’attività lavorativa, riuscirono a reinserirsi nella società. La sua opera a Coloane continuò ininterrotta fino al 2011, quando il lebbrosario, debellata la lebbra ed essendo guariti tutti i suoi ospiti, fu chiuso. E perciò si trasferì a Hong Kong.

La parte più importante della missione di padre Nicosia, tuttavia, riguarda l’attività di apostolato. Così, se prima del suo arrivo nel lebbrosario di Coloane i cattolici erano pochissimi, attraverso il suo esempio di vita, la condivisione delle sofferenze e la proposta della parola di Dio, le conversioni alla fede cristiana si moltiplicarono nel tempo. Coloane fu anche chiamata la “Città della gioia”, in primo luogo per le cure rivolte alle anime dei suoi residenti, ai quali fu indicato un altro modo di affrontare la malattia e le sue conseguenze: quello dell’imitazione di Cristo. È il segno che il fine ultimo della missione, al di là dei benefici materiali e delle cure corporali di cui si può fare promotrice, rimane sempre la salvezza eterna delle anime.

Padre Nicosia mantenne sempre il contatto con la sua terra d’origine – chi scrive ha avuto modo di conoscerlo, ospite a Catania della parrocchia di Santa Maria della Consolazione e del suo parroco, padre Santo Leonardi –, testimoniandovi la dedizione alla sua chiamata vocazionale e riferendo della gratitudine dei “suoi lebbrosi” per le preghiere e gli aiuti materiali ricevuti. Lasciata Coloane all’età di 96 anni, qualche anno dopo, accompagnato dal cardinale Zen, padre Nicosia ebbe modo di incontrare da papa Francesco. Lasciò questa vita il 6 novembre del 2017, all’età di 102 anni, e fu sepolto nel cimitero di Macao.

Ferdinando Raffaele

Per approfondire la figura e l’opera di questo umile grande missionario, va segnalato il documentario cinematografico,  liberamente consultabile su YouTube, Father Nicosia, the Angel of the Lepers – YouTube.

Di Ferdinando Raffaele

Docente di Materie letterarie presso gli Istituti superiori, dottore di ricerca in Scienze letterarie e linguistiche e in Scienze politiche, storiche e filosofico-simboliche, abilitato alle funzioni di professore ordinario per il settore concorsuale 10E/1 (Filologie e letterature mediolatina e romanze), per il quale è attualmente professore a contratto presso l’Università Kore di Enna.

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