Era il 2003 quando il filosofo Giovanni Reale (1931-2014) dava alle stampe il volume Radici culturali e spirituali dell’Europa. Per una rinascita dell’ “uomo europeo” (Raffaello Cortina Editore, Milano) L’occasione era data dalla discussione circa la Costituzione europea e nella fattispecie circa l’inserimento o meno nel suo Preambolo del riferimento alle radici giudaico-cristiane del Continente. L’inserimento del riferimento nel Preambolo fu rifiutato e la Costituzione naufragò definitivamente nel 2007, senza ottenere la ratifica da parte di tutti gli Stati membri dell’Unione europea. Si venne dunque a formare una comunità europea con il solo collante economico e burocratico, con la necessità di stipulare in seguito diversi Trattati per regolare i rapporti tra i vari Stati aderenti.

A distanza di meno di venti anni, il volume non ha perso minimamente d’attualità ed ancora una volta – al di là delle periodiche elezioni europee – è uno stimolo per quanti hanno a cuore le sorti di un Continente che non è mai stato definito da caratteri geografici, bensì dalla sua cultura: «l’Europa non è una realtà identificabile con un’ estensione territoriale, in quanto ha avuto e continuerà ad avere confini mobili e labili, e non può dunque essere confusa con una qualche “realtà geografica” […]. L’Europa dunque consiste in una realtà metageografica e meta nazionale»(p. 2-3). Lo studioso, nel testo, ha chiamato a simposio sull’ “idea di Europa” i più importanti pensatori non solo classici, ma anche contemporanei. Egli, infatti, discute oltre che con Socrate, Platone, Aristotele, Agostino e Tommaso d’Aquino, anche – per citarne alcuni – con Søren Kierkegaard, Edmund Husserl, Max Scheler, Jan Patočka, Ernst Jünger, Oswald Spengler, Martin Heidegger, Hans Georg Gadamer, Edgar Morin, Giovanni Sartori e Maria Zambrano.
Ne esce fuori che l’Europa – dal momento che non centra nulla con la geografia – è un continente culturale poggiato su tre importanti e imprescindibili basamenti: la filosofia greca, il diritto romano e il cristianesimo, senza trascurare evidentemente tutti gli apporti delle popolazioni celtiche e germaniche. Essa infatti «è stata […] una “realtà spirituale”, un’ “idea”, bisogna riconoscere che, in primis et ante omina, essa è nata da radici culturali e spirituali ben precise»(p. 3). Per trattare d’Europa, infatti, Reale non può che ricorrere alla nascita di questo Continente che rappresenta un unicum al mondo. Nonostante sia il più piccolo di dimensioni da solo ha saputo nel corso della storia informare di sé l’intero pianeta sia in maniera diretta che in maniera indiretta. Le radici culturali – Reale si occupa nel testo precipuamente di due di esse – del Continente emergono grazie a quella particolare tipologia di pensiero rappresentato dalla filosofia, nata in Grecia, grazie alla quale si è sviluppata anche l’attitudine scientifica, che condivide con la filosofia la stessa mentalità. All’interno di questo contesto, è stata scoperta da parte di quello che può essere considerato il primo vero filosofo, Socrate, l’anima, quale nucleo fondamentale e caratterizzante dell’uomo. Ragion per cui l’essere umano, tra le varie sue attività non può che mettere al primo posto la custodia e la cura del suo sacrario interiore: «è proprio questo “pensiero assoluto” è stato quel “seme spirituale” da cui è nata l’Europa»(p. 59).

L’uomo diventa così il primo tra i viventi, ma allo stesso tempo anche il custode del mondo in cui è posto, dovendo instaurare con esso un rapporto di contemplazione, conoscenza e utilizzo in un’ottica di responsabilità. Una tale direzione riceve grazie al cristianesimo – portatore dell’idea un Dio personale, creatore e amore al tempo stesso – il coronamento. Grazie ad esso, il Continente ha assunto una spiritualità omogenea che ha consentito a popoli variegati e nazioni diverse di giungere anche ad una unità culturale e politica. Il pensiero greco si è – potremmo dire provvidenzialmente – coniugato con la religione cristiana, offrendo una visione dell’uomo e del mondo armonica, ovvero sapendo distinguere e coniugare il trascendente con l’immanente, così come lo spirituale e il temporale. Il legame della visione antropologica con quella del Dio cristiano, che va oltre l’intuizione metafisica greca, è divenuto inscindibile, tant’è che, venuto meno il riferimento al Dio cristiano, è andata sempre più a scemare l’intangibilità della dignità della persona, perché i valori europei sono «come una piramide con al vertice Dio e il divino che li struttura. Eliminato Dio, si eliminano a poco a poco tutti i valori, con le conseguenze che ne derivano»(p. 99).

Ma quali sono le cause che hanno portato alla frattura tra lo spirito dell’Europa e la sua realizzazione concreta, soprattutto ai nostri giorni? Per Giovanni Reale, la rivoluzione scientifico-tecnica europea, sviluppatasi a partire dal XVII secolo, ha fatto scaturire delle conseguenze perverse che hanno eroso sia la mentalità filosofica greca che il cristianesimo, consegnando l’uomo nelle mani di un potere tecnocratico che, cancellando la memoria e l’attitudine contemplativa, disconosce la storia, la morale e in definitiva la dignità dell’uomo a favore del potere e del profitto e quindi di un’economia e di una politica che non servono più l’uomo. L’orizzonte metafisico classico è stato sostituito con lo scientismo e ai nostri giorni la “bomba informatica”, che pur presenta delle importanti innovazioni, diventa il maggior avversario dello sguardo contemplativo sul mondo, generando anche la contrazione del linguaggio in senso meramente tecnico. Così l’uomo ha smarrito se stesso, ovverosia non si è occupato più dell’attenzione da riservare alla sua anima. Afferma Reale: «Solo tenendo conto di tutto ciò potremo avere coscienza di quale e quante siano le “forze centrifughe” che rendono difficile un recupero delle energie spirituali necessarie per la costruzione di una nuova “idea di Europa” e per la formazione di un nuovo “uomo europeo”. Quelle “forze centrifughe” hanno, infatti, rinchiuso gli uomini in una gabbia (nella platonica “caverna”) e questi, per dirla con Ionesco, “hanno dimenticato che si può guardare il cielo”» (p. 130).

Si può cambiare direzione? La prospettiva di Giovanni Reale non è pessimista, ma seriamente ottimista. Le condizioni in qualche modo son sempre già belle e date, ovvero occorre che rinasca l’ homo europeus. Non sono, infatti, le Costituzioni o i vari Trattati a creare un continente o uno Stato o un’unità politica, bensì gli uomini. Esattamente come la storia d’Europa insegna. Tornare alla cultura significa, allora, ritornare alla genuinità della filosofia prima, allo sguardo contemplativo dell’orizzonte metafisico, per comprendere le cose nella loro essenza e ricavare da esse un orizzonte etico, in quanto la metafisica si preoccupa, tra le altre cose, di ciò che l’uomo è e non di ciò che l’uomo ha. E con la metafisica è necessario che torni la dimensione umanistico-cristiana che ha garantito un sistema di principi, scaturito da una dimensione religiosa ben precisa che ha di conseguenza favorito la considerazione del valore assoluto della persona. A partire da questi fondamenti anche l’incontro con l’altro si snoderà a partire da una identità consapevole e più che sfociare in prospettive multiculturaliste fallimentari, instaurerà un assetto sociale interculturale capace di mediazione tra i vari elementi. Esattamente così in Europa è avvenuto – e la stessa sua nascita passa da questo crinale – tra i vari apporti: greco, ebraico, romano, cristiano e in certa misura anche islamico. Solo con queste armi culturali si potrà imbracciare il compito oggi più arduo che «consiste nel tentare di porre rimedio allo squilibrio sempre crescente fra il progresso tecnologico ed economico, da un lato, e il mancato progresso dell’uomo nelle dimensioni spirituale, etica e sociale, dall’altro» (p. 132). Non si tratta, dunque, in prima battuta – per quanto importanti – di recarsi alle urne per le elezioni europee, ma di attirare l’attenzione su una forma mentis e su una visione del mondo che oggi – così come da diversi secoli – subiscono emarginazione e aggressione.

L’ europeo è colui che nel corso del tempo si è forgiato grazie alla filosofia greca e al cristianesimo; è colui che sa che la salvezza non viene dalla politica e che per una buona politica occorre un sano impianto culturale; è colui che sa che il vero progresso o è morale o altrimenti conduce al dominio delle macchina e dunque all’attuale nichilismo che altro non è che «l’altra faccia della crisi della filosofia, oltre che dell’oblio della dimensione religioso» (p. 10). Non si invita, dunque, a tornare a strutture socio-politiche del passato, ma è necessario informare il presente di un tale orizzonte filosofico e spirituale, per trovare le vie più consone alla costruzione di una casa comune che sia il luogo di rinascita integrale per l’uomo e i popoli e non un sistema che neghi in continuazione la linfa vitale delle radici.

Il problema dell’Europa, allora, è semplice e al tempo stesso grandioso: riconoscere o meno le radici culturali e spirituali, riconoscere o ripudiare il suo atto di nascita. Il riconoscimento porterà conseguenze politiche ed economiche refrattarie alle colonizzazioni ideologiche e dei mercati, mettendo al centro il valore dell’uomo come persona, essere razionale e creatura immagine e somiglianza di Dio; il disconoscimento non farà altro che generare ancora una volta caos, tramutando anche giuste intuizioni, tra l’altro di politici cristiani – quali l’Unione Europea – in sistemi di dominio e di imposizione della dittatura del relativismo.
Urgono, quindi, uomini – radicati nella terra e con lo sguardo al cielo – che sappiano imboccare la giusta direzione in questo nuovo bivio della nostra storia.

Daniele Fazio

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