Tiresia è un personaggio della mitologia greca, presente soprattutto nel ciclo tebano, in particolare nelle tragedie Edipo Re e Antigone, entrambe scritte da Sofocle; successivamente il personaggio è utilizzato anche da Euripide ne Le Baccanti e ne Le Fenicie. Già comunque Esiodo ne parlava come uomo molto longevo.

Il personaggio è evocato nell’Odissea da parte del protagonista per comprendere la via del suo ritorno ad Itaca, unico tra i morti a possedere una propria identità personale, e nella letteratura romana è presente nelle Metamorfosi di Ovidio, nell’Anfitrione di Plauto e nella Tebaide di Stazio.

Sorvolando sulle interpretazioni moderne – non solo di natura letteraria ma anche psicologica per cui addirittura una sindrome prende il suo nome – dall’antichità greca, Tiresia è presentato come figlio di Evereo e della ninfa Cariclo. È un indovino cieco. Sui motivi della cecità si avanzano almeno tre interpretazioni. È comunque interessante, rispetto al suo ruolo nell’immaginario greco, chiamare in causa quella che ne vede l’origine nel suo aver contemplato la dea Atena nuda. Atena lo punisce con la cecità ma allo stesso tempo lo rende indovino.

Atena è la dea della sapienza, un semplice uomo può e deve aspirare alla sapienza ma non può certamente integralmente catturarla con il suo sguardo, sarebbe semplicemente un’illusione quella di possedere il mistero del tutto. Se, però, da un lato Atena lo rende cieco, dall’altro – per compassione – permette a Tiresia di penetrare oltre una dimensione semplicemente superficiale, donandogli l’attitudine, spesso sgradita, di andare alla verità delle cose.

La cecità fisica di Tiresia, allora, è il segno che la vista degli occhi non basta a sondare determinate realtà e servono altri “organi”, ad esempio, la mente che ci permette di andare all’essenza delle cose. Ovviamente tutto questo deve essere scoperto nelle narrazioni mitologiche, ammantate da figure particolari e non ordinarie, per cui il ruolo di Tiresia non può essere confuso con quello del filosofo, ma rimane pur sempre un indovino.

Tuttavia, proprio la vicenda di Edipo ci fa comprendere come Tiresia, chiamato in causa a svelare le ragioni reali della crisi e della decadenza di Tebe, svela una verità che nessuno vuole assolutamente accettare, naturalmente per primo Edipo che, con il suo potere, scaccia l’indovino dalla stessa città, minacciandolo di morte: le profonde verità non hanno armi e non hanno potere umano, ma hanno una forza in sé e nonostante bandite dalla città, non prese in considerazione dagli uomini di potere, non comprese dagli uomini comuni alla fine si rivelano necessarie per comprendere le dinamiche personali e sociali.

Il personaggio Tiresia è invito ad andare oltre la superficialità di una conoscenza meramente empirica e pragmatica. È un cieco che vede ciò che si deve vedere e soprattutto che vede meglio di tanti che hanno la vista fisica. Naturalmente, Tiresia finisce sempre male, un po’ come il grillo parlante di Pinocchio, ma la verità non può essere taciuta e soprattutto va accettata pena la mancata risoluzione dei problemi che affliggono uomini e società.

È fondamentale, dunque, saper guardare dentro le cose, non rimanere nella superficialità e nella mediocrità. Abbiamo bisogno di “Tiresia” anche nel nostro tempo. I più prossimi a questo ruolo “profetico” potrebbero essere gli intellettuali. Ma se ne trovano ancora con il gusto e con il coraggio della verità?

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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