Il mare, la terra, il cielo sono le radici comuni del popolo siciliano, quelle che descrivono meglio questo “continente in miniatura”. Il mare è il basamento, la terra i pilastri, il cielo è il tetto di questa “casa culturale” che ha avuto e può avere una vitalità solo se concepita in un sistema di relazioni interne ed esterne, che guardano verso il Nord e si aprono al Sud.

Siamo giunti alla conclusione dei diversi interventi [qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui] con cui attraverso le finestre geoculturali di terra, mare e cielo abbiamo cercato di raccontare gli aspetti più salienti della Sicilia e del popolo siciliano.  Dal suo etnos emerge forte il suo ethos, refrattario alle utopie e alle ideologie, impiantato nella concretezza della vita umana. I siciliani trascorrono la loro esistenza tra sacrifici e sconfitte, ma non rinunciano mai ad uno sguardo speranzoso ed entusiasta verso il futuro. Tali polarità dello spirito a volte hanno segnato esperienze di disperazione e disfattismo da un lato o esperienze di cieco e invasato entusiasmo verso varie proposte di pseduo-salvezza dall’altro. Queste tentazioni non hanno certamente aiutato negli snodi fondamentali della storia a segnare un salto di qualità.

Sulla scorta di una storia millenaria si deve necessariamente guardare al futuro, vaccinati dai veleni di quel partito ideologico-culturale “anti-siciliano” che rinchiude il meridionale e il siciliano – perché vuole distruggere il suo ethos – in una raffigurazione di arretratezza e decadenza, frutto di chiusura ed isolamento, esclusivamente segnato dal fenomeno mafioso. Da questo punto di vista, se la criminalità segna soprattutto l’ultima fetta della storia siciliana, questa stessa storia è costellata da esempi luminosi. Uno tra tutti – nel campo dell’efficace contrasto al fenomeno mafioso e lontano dai talk show di certa antimafia – è stato Rosario Livatino, giovane magistrato, ucciso a 37 anni per aver assolto al proprio dovere conciliando sempre diritto, professionalità e fede. Papa Francesco ha deciso di proclamarlo beato, proprio perché la sintesi operata nella sua vita, nella crescente consapevolezza verso ciò che gli poteva capitare, lo ha reso un martire, ossia un testimone degli ideali cristiani, da laico, usque ad mortem.

Tale testimonianza, altresì, aiuta i siciliani a rifuggire dalla “sindrome dell’anima bella, ma incompresa” che vanta una supremazia culturale, che difficilmente in quanto a storia può essere eguagliata, e poi nulla fa per trovare soluzioni strategiche verso i tanti problemi che persistono. Occorre che la storia, i costumi, l’etica propria dei siciliani, una volta riconosciuta come carta d’identità culturale, diventi una vera spinta per costruire concretamente una società migliore. Senza orientamenti morali e radici culturali difficilmente ci si potrà salvare da una politica, spesso, succube di favoritismi e chiusa nella salvaguardia di interessi privati.

Fuori dall’ottica risorgimentale e nazionale, e da quella meridionalistica – scrive lo storico Mario Del Treppo -, il cliché della marginalità del Sud in ogni momento della sua storia, e della sua conclamata inferiorità […] mai riscattata […] è destinato a dissolversi»[1]. Sono, infatti, queste – la retorica risorgimentale nazionalistica e il meridionalismo – due facce ideologiche della stessa medaglia da cui è necessario veramente che il Sud si riscatti per mettere mano ad un cantiere in cui il materiale ci è dato certamente dalla nostra storia, dalle nostre radici, ma che è sempre bisognoso di artigiani che, senza distruggere l’eredità ricevuta, possano, nello scorrere del tempo, garantire un contesto vitale e sociale migliore.

Questo è l’arduo compito di ogni generazione, che prima deve acquisire una salda formazione, sapendo conoscere il suo etnos valorizzandolo come ethos e poi lavorare, sudando gioiosamente, perché quanto di buono si fa per sé stessi risulti buono per la collettività e quanto di buono si fa per il bene comune ricada automaticamente sul bene delle persone e delle famiglie. Solo se considerati tali presupposti, «la Sicilia può diventare la spina dorsale di una macroregione come piattaforma logistica e “plurale” di flussi mercantili e come centro irradiatore per l’innovazione e la ricerca in ambito euromediterraneo»[2].

Daniele Fazio

[1] Mario Del Treppo, Realtà, mito e memoria di Napoli aragonese, in Ilaria Zilli, (a cura di), Fra spazio e tempo. Studi in onore di Luigi De Rosa, vol. I. Dal Medioevo al Seicento, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995, pp. 377.

[2] AA. VV., Storia mondiale della Sicilia, a cura di G. Barone, Ed. Laterza, Roma-Bari 2018,p. XXXVIII.

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