Abitare la terra siciliana, sia in contesti rurali che in contesti cittadini, significa essere inseriti in una forte struttura sociale che connette, in un sistema di relazioni ben calibrato, l’individuo alla comunità. Perno della struttura sociale è la famiglia – certamente quella nucleare – composta da genitori e figli, ma che tiene saldi rapporti di parentela naturale. Se guardiamo soprattutto al passato e comunque a prima dell’inizio della disarticolazione familiare che con la rivoluzione del ’68 ha avuto l’accelerazione decisiva fino alla sua agonia odierna, la famiglia appare il luogo dei legami saldi che si sviluppano a partire da ruoli ben definiti che – lungi dall’essere visti come degli stereotipi – puntano alla reciprocità e all’armonia tra padre, madre e figli. La famiglia è il luogo in cui i genitori sono quasi “naturalmente” disposti al sacrifico e all’abnegazione per i figli, per la loro crescita, faticano dalla mattina alla sera per garantire loro un futuro migliore, permettendo loro di studiare, e quindi di rendersi indipendenti, anche dallo stesso lavoro dei campi, dalla pesca o dalla pastorizia che erano i tre impieghi più diffusi. L’unica gioia dei genitori è stata sempre quella di vedere la realizzazione dei propri figli, la loro “sistemazione” lavorativa e familiare. Altra grande ricchezza della famiglia sono i nonni, gli anziani, che instaurano un legame del tutto speciale con i nipoti e custodiscono la memoria, dispensano la saggezza “acquistata” dalla dura esperienza di una vita vissuta in periodi tristi come quelli delle guerre. Bambini ed anziani sono quelle categorie che la cultura meridionale e siciliana proteggeva in maniera speciale. Beni preziosi perché i più fragili, da custodire e non pesi di cui liberarsi.

Ma la famiglia guarda anche al vicinato, alle amicizie, alle alleanze che vanno onorati negli anniversari, nelle ricorrenze, nelle feste di paese con inviti reciproci, banchetti extraordinari e scambio di doni. E questa organizzazione ha avuto molte ricadute sia nel campo economico che nel campo politico. La famiglia così ha un’estensione nel vicinato, nel quartiere con cui si mantengono legami altrettanto forti. Le donne si ritrovano ai lavatoi pubblici, snodano assieme filastrocche, si scambiano le ricette e il lievito madre viene condiviso. Si condivide anche la sofferenza, quella che inesorabile può portare anche alla morte, momento ultimo che viene anche qui vissuto come un evento in cui parenti, amici e vicini vengono coinvolti nel sostegno non solo morale dei congiunti dello stesso defunto. E si vive – al di là degli alterchi che sono sempre presenti e che talora disintegrano “a vita” i solidi rapporti – in un’atmosfera di fiducia nei confronti dell’altro e non di indifferenza, quale frutto di un individualismo esasperato. La famiglia germina così naturalmente la comunità.

 Talmente importanti, poi, sono i legami di parentela che vengono accresciuti tramite la consuetudine del comparaggio che stringe persone che naturalmente non rientrerebbero negli stessi legami di parentela, richiedendoli come testimoni di nozze o padrini e madrine di battesimi e cresime.

Di questo mondo di legami spesso leggiamo denigrazioni e dileggi. Certamente riconosciamo le patologie e le morbosità di alcuni abusi dell’idea di famiglia e non tendiamo a mitizzare alcun passato perché l’uomo di qualsiasi tempo vive tra alti e bassi, ma gli abusi, che pur ci sono stati, non tolgono i buoni usi e soprattutto la verità palese che senza una famiglia ben ordinata con saldi legami, l’uomo ha più difficoltà a raggiungere la sua realizzazione e la società diventa notevolmente più debole se il suo nucleo principale soffre. È necessario, dunque, che prendiamo le distanze dalla categoria astratta ed ideologica di “familismo” e – lontani da eventuali involuzioni patologiche – consideriamo vera terra dell’uomo siciliano: la famiglia, istituzione primaria e forte che connette relazioni e partorisce l’uomo alla vita sociale. Questo aspetto non può non rientrare a pieno titolo nei caratteri identitari del popolo siciliano e diventa oggi una sfida epocale nel momento in cui è propria la famiglia è l’istituzione più dileggiata, colpita, sfavorita, sconsigliata e aggredita, come chiaramente ha mostrato il recente studio La famiglia nella società post-familiare, a cura del Centro Internazionale Studi Famiglia, ed. San Paolo 2020. Tutto sembra congiurare contro a partire da un falso concetto di libertà slegato dalla verità, innanzitutto naturale, e dal bene e che innalza semplicemente i capricci e gli istinti e così rende l’uomo incapace di amore vero.

In quest’ottica, allora, possiamo ben chiederci con lo storico Pietro Bevilacqua: «per qual regione, il legame familiare, la parentela, l’amicizia, la pratica consuetudinaria del dono, l’attaccamento al luogo natìo, il ruolo della madre nella vita sociale, il culto dei santi e dei morti dovrebbero costituire delle tare storiche della società meridionale, l’ostacolo culturale che le ha impedito e le impedisce di approdare alla modernità?»[1]. Una sana modernità, dunque, fa dei legami naturali e sociali il fulcro per ogni progresso, senza di essi non c’è futuro perché si disconosce l’intima essenza dell’uomo quale essere sociale.

Daniele Fazio

[1] Pietro Bevilacqua, Presentazione a Mario Alcaro, Sull’identità meridionale. Forme di una cultura mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. IX

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *