I vichinghi erano un popolo barbaro che durante il IX secolo avevano razziato buona parte dei territori francesi. Iniziarono la loro integrazione all’interno dei popoli europei, grazie alla conversione del loro capo, Rollone, a cui furono affidati dal re franco Carlo III il Semplice in feudo i territori della Francia Settentrionale e concesso il titolo di Duca di Normandia.

Un secolo dopo dal ducato di Normandia, i normanni – eredi dei vichinghi – si mossero alla conquista della Gran Bretagna con Guglielmo I e alla conquista dell’Italia meridionale con Roberto il Guiscardo della famiglia degli Altavilla. Egli con il consenso di Papa Niccolò II diventò duca di Calabria e di Puglia, ma fu soprattutto suo fratello Ruggero I a ribaltare, dopo una guerra di trent’anni, il dominio musulmano in Sicilia, ponendo le basi per l’unità del regno dell’Italia meridionale, realizzata successivamente da suo figlio Ruggero II.

Ruggero II, primo Re di Sicilia, per portare a termine la sua impresa non solo mise in campo la sua astuzia in campo militare, travolgendo ogni resistenza avversa, ma anche importanti doti diplomatiche. Ciò gli consentì di guardare anche alle sponde africane e a tentarne una conquista, tanto da essere anche nominato Re d’Africa.

Ciò che qui però preme soprattutto far emergere fu l’opera di mirabile sintesi che riuscì realizzare in un regno che aveva sedimentato nei secoli culture e religioni differenti. Ruggero, infatti, si trovava a governare su bizantini, musulmani, longobardi e latini. Non distrusse tali polarità, ma cercò di farle convivere valorizzando gli elementi certamente funzionali al suo potere, ma anche importanti per poter dare il massimo lustro al nuovo regno. Non è un caso che al nome di Ruggero è legata la nascita del Parlamento siciliano, ossia un organo di rappresentanza feudale, ecclesiastico e demaniale, che doveva avallare addirittura l’ascesa al trono del Re.

Lui e i suoi successori furono capaci di fare una sintesi insuperata tra l’Occidente latino, l’Oriente cristiano e il mondo arabo, ossia tra tutte quelle culture che nella regione euromediterranea erano maggiormente significative e imponenti.

Tale sintesi è straordinariamente visibile nell’intreccio artistico riportato in grandi edifici sacri e politici che sorsero e che tutt’ora si offrono alla nostra contemplazione: dalla cappella palatina di Palazzo Reale alla Cattedrale e alla Chiesa della Martorana di Palermo al Duomo di Cefalù, senza dimenticare l’infinita distesa di mosaici della Cattedrale di Monreale.

Vi sono, tuttavia, due realizzazioni artistiche che sintetizzano una tale visione di cultura politica. Innanzitutto un abito del re normanno, il suo piviale regale, ossia il mantello con cui si cingeva Ruggero II. Lo sfondo dell’indumento è rosso e reca sui bordi iscrizioni con caratteri gufici, ossia i più antichi caratteri della lingua araba, che tessono le lodi del re. Vengono quindi rappresentati, in oro, al centro dei due lembi dei leoni, simbolo della casata degli Altavilla, che sovrastano, ma non azzannano due cammelli. Probabilmente l’allusione rimanda ai rapporti tra normanni e musulmani e al tentativo di integrazione tentato appunto dalla nuova dominazione cristiana.

L’altro elemento artistico è il mosaico che si trova a destra dell’ingresso della Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio (Martorana) a Palermo. Qui è raffigurato Ruggero II nell’atto di essere incoronato da Cristo stesso. I suoi vestiti, tuttavia, richiamano quelli di un sovrano bizantino, la stessa scritta è in greco, ma nomina Ruggero come rex (e non basileus), quindi alla latina. Ciò a significare chiaramente l’altro pilastro culturale del regno normanno, ossia il legame con l’Oriente cristiano intrecciato alla tradizione latina.

Alla base di una tale politica, vi fu un legame particolare con un suo consigliere, l’Ammiraglio Giorgio d’Antiochia, che Ruggero seppe valorizzare e che in qualche modo costituisce un asse importante dell’architettura culturale del regno normanno. Sempre nella suddetta Chiesa, fatta costruire da Giorgio come sua cappella privata, nel mosaico polare a quello del Re, vi è un altro mosaico che lo raffigura prostrato innanzi alla Vergine Maria.

Ruggero e Giorgio sanno che la costruzione di un regno non si effettua semplicemente per via bellica e burocratica, ma essenzialmente attraverso un’opera di omogeneità culturale e vedono come fondamentale un tale impegno. L’esperienza normanna in Sicilia ci testimonia che il potere politico, se illuminato da una visione culturale che eleva l’uomo verso le alte vette dello spirito, non può che produrre una società non solo pacifica, perché frutto di rapporti sinfonici, ma anche suggestivamente bella nelle sue espressioni materiali.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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