tricoloreAnche a seguito dell’aumento del numero di immigrati presenti in Italia, ormai da molto tempo si dibatte circa la possibilità di concedere la cittadinanza agli stranieri abbreviandone i termini per l’ottenimento e semplificandone le condizioni, ritenendo in questa maniera di riuscire a facilitare i processi di integrazione.

La realtà però è ben più complessa di soluzioni che rischierebbero di essere più dannose che utili ed è quindi necessaria un’adeguata riflessione.

La cittadinanza è, infatti, tra gli elementi fondanti di una nazione tanto che a volere pensare, per paradosso, al trasferimento in un breve lasso di tempo di un numero di stranieri così elevato da superare quello degli autoctoni e all’immediato riconoscimento ai nuovi giunti della cittadinanza, questa scelta comporterebbe di fatto la fine di una nazione, che con ogni evidenza supera nella sua essenza i meri confini geografici.

Ciò non esclude, ovviamente, la possibilità di volere cambiare nazionalità, tale cambiamento non può però essere determinato “artificialmente” ex lege, ma può essere appunto soltanto riconosciuto quando, previa verifica, si riscontrino precise condizioni di fatto che lo rendano possibile.

Il riconoscimento della cittadinanza può, dunque, giungere alla fine di un processo di integrazione e non certo al suo inizio; pensare che una concessione di tale importanza possa favorire l’inserimento sociale dell’immigrato si rivela un errore sotto vari aspetti.

Innanzitutto bisogna, infatti, osservare le abitudini della maggior parte degli immigrati che oggi giungono in Italia e in Europa, persone che spesso non arrivano in un determinato Paese con l’intento di restarci per un periodo di tempo significativo, ma caratterizzati da un forte elemento di mobilità, disposti al trasferimento in altri Stati se l’offerta di lavoro o le condizioni sociali sono ritenute migliori e che non escludono, almeno in alcuni casi, di potere ritornare in patria se dovessero crearsi i presupposti adeguati.

Guardando poi all’aspetto temporale va evidenziato che il semplice trascorrere di un determinato numero di anni non garantisce da solo un effettivo e adeguato livello di integrazione, come non basterebbe soltanto prevedere il superamento di esami linguistici e di educazione civica.

Sul punto basti pensare che tra gli autori dei noti attentati del 2009 al sistema di trasporti londinese vi erano soggetti che esami del genere li avevano superati con successo, tanto che proprio in seguito a tali fatti la Gran Bretagna modificò la propria legge in materia di cittadinanza in senso più restrittivo.

Ripensare la cittadinanza è dunque possibile, parlarne non è un tabù, ma ancora una volta, anche per questo argomento, così come per molti, è necessario abbandonare approssimazione e posizioni ideologiche, cominciando a valutare seriamente soluzioni che servano davvero al bene comune.

Luca Basilio Bucca

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