Avete il novo e ‘l vecchio Testamento, 

e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; 

questo vi basti a vostro salvamento. 

(Paradiso, c. V, vv. 76-78)

I soli maestri non bastano, la sola ragione umana non basta, la sola sapienza umana non basta. L’opera di Virgilio prepara il vero incontro con la verità e il poeta dell’età augustea cede il passo a Beatrice, che accompagna Dante dentro il mistero di Dio, nei vari cieli del Paradiso.

I versi del canto V del Paradiso che commentiamo si possono porre in continuità proprio con il problema d’esordio della Divina Commedia: quello di far di tutto per liberarsi dalle passioni e giungere ad una maturità umana e quindi alla salvezza.

Ed ecco che qui Beatrice – senza negare la ragione – indica nella Rivelazione una tale piena possibilità. Ossia nell’accoglienza che l’uomo deve riservare alla Sacra Scrittura, nelle sue due parti e a dispetto di ogni forma di marcionismo. Nella Rivelazione, dunque, sta tutto ciò che l’uomo deve sapere per poter giungere a salvezza. Non solo, dunque, la sapienza umana, ma soprattutto la sapienza divina rivelata è luce per il cammino dell’uomo. Questo deve bastare quale forma somma di conoscenza che completa quella della sola ragione. Altri sentieri (umani e religioni) saranno spericolati e quindi sconsigliati all’uomo che vuole realizzarsi.

Il mezzo di questa salvezza – perché nessuno s’inganni – è, però, la Chiesa che vede una guida salda e sicura nel Papa. Qui Dante, nonostante le ritrosie diplomatiche e politiche con i papi del suo tempo, – si pensi a Celestino V e a Bonifacio VIII che collocherà nell’Inferno – ribadisce la sua ferma fede nel ruolo del Papato e la sua fedeltà alla Chiesa, quale Arca della salvezza. Egli, da laico cattolico, allora sa distinguere – senza idolatrare e senza essere irriguardoso – tra l’umanità di un uomo chiamato ad essere papa con le sue strategie politiche e il suo ruolo come guida sicura di fede e morale.

Dante insegna che l’uomo da solo non si salva, con la propria ragione, e che Dio rivelandosi ha aperto a lui i sentieri della salvezza che passano attraverso la Chiesa e ciò non senza dover assumere alcun atteggiamento clericale, ma diventando uomini e donne consapevoli  e coerenti con la propria fede. Egli, in definitiva distingue tra ragione e fede, tra potere temporale e potere spirituale, tra filosofia e Rivelazione, tra Virgilio e Beatrice, ma la distinzione non porta mai alla dialettica e alla frattura, ma si compone sempre in unità. Le due dimensioni, immanenza e trascendenza, sono sempre intrecciate e mai contrapposte. La recta ratio apre alla fede e la fede – dono di Dio da accogliere da parte di ogni uomo – la amplia e la sostiene aprendogli i confini del mistero. Riprendendo la lezione di Tommaso D’Aquino, Dante ci dice che la grazia non nega la natura, ma la perfeziona.

Se un cattivo desiderio, personale o indotto da altri, ci suggerirà di seguire altre vie, cerchiamo di ragionarci su e non essere come animali sconsiderati, in modo che i credenti delle altre fedi, e oggi diremmo anche i non credenti, non abbiano a scandalizzarsi della nostra condotta:

Se mala cupidigia altro vi grida, 

uomini siate, e non pecore matte, 

sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida.

(Paradiso, c. V, vv. 79-81).

 

Daniele Fazio

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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