Era il 29 Maggio del 1453 quando – dopo quasi due mesi di assedio – le mura di Costantinopoli cedevano al possente attacco degli Ottomani. Maometto II (1432-1481) entrava nella preziosissima cattedrale di Santa Sofia con il suo cavallo in dispregio del culto cristiano. Costantino XI (1405-1453), ultimo imperatore bizantino della dinastia dei Paleologi, moriva eroicamente in battaglia nello strenuo tentativo di difendere il plurisecolare Impero, ristretto ormai ad un territorio notevolmente esiguo. I turchi entrati a Costantinopoli di abbandonarono ad ogni sorta di razzia. La città fu trasformata in un centro islamico, successivamente chiamato Istanbul e divenne sede di vari scuole coraniche. Santa Sofia diventava una moschea. Una civiltà cristiana di tipo orientale crollava. Il polmone orientale dell’antico Impero romano veniva soffocato dall’Islam. La cristianità occidentale – ad eccezione di piccoli aiuti – rimaneva a guardare erosa dal tarlo del neopaganesimo incipiente della cultura rinascimentale.

E tuttavia un fine intellettuale del tempo, Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), che diventerà successivamente Pontefice assumendo il nome di Pio II, in una Lettera indirizzata al filosofo e cardinale Niccolò Cusano (1401-1464), riusciva a spiegare in profondità il significato di un evento che se da un punto di vista immediato recava con sé notevoli conseguenze anche per la cristianità europea, da un altro punto di vista segnava la fine di un’epoca, di un mondo che aveva – nella sua diversità con l’Occidente – cercato una sintesi tra la fede e la ragione (filosofia greca), la politica e la religione ed un rapporto tra lo Stato e la Chiesa. Vale la pena leggere e meditare alcuni stralci della Lettera di Enea Silvio Piccolomini e nel passato vedere, mutatis mutandis, uno specchio del presente:

«A vostra Eminenza non sfugge quale sia la potenza dei turchi e quale l’incuria dei latini. Ma a che pro tirare a lungo queste considerazioni. Certo, a che pro, dal momento che ci è giunta la notizia dolorosa, funesta, acerba, orribile che Costantinopoli è stata espugnata […] La mia mano, mentre scrive, trema, l’animo mio inorridisce; lo sdegno non mi permette di tacere, il dolore non mi concede di parlare. Povera cristianità! Io mi vergogno di vivere: almeno fossi io morto per mia fortuna prima che ciò accadesse! L’Italia, la Germania, la Spagna sono in buona parte sane e salve, e purtroppo – che vergogna! – abbiamo permesso che l’illustre città di Costantinopoli cadesse preda dei turchi effeminati […] O Grecia insigne, ecco ormai la tua fine! Chi non prova angoscia per il tuo destino? Fino ad oggi era rimasto a Costantinopoli il ricordo vivo dell’antica sapienza e, come se in essa vi fosse la dimora delle lettere, nessuno dei latini poteva apparire sufficientemente istruito se non avesse studiato per un certo periodo di tempo a Costantinopoli. Quella fama che aveva avuto Atene come sede del sapere al tempo di Roma, l’aveva Costantinopoli al nostro tempo. Di lì ci venne ridato Platone, di lì Aristotele, Demostene, Senofonte, Tucidide, Basilio, Dionigi, Origene, e molte opere di altri sono state svelate ai latini ai giorni nostri […] Ma ora con la vittoria dei turchi che hanno conquistato tutto ciò che possedeva la potenza bizantina, credo che sia la fine per le lettere greche […] Ecco che ora i turchi, nemici delle lettere latine e greche, per far posto alle loro sciocchezze non permettono che sopravviva più alcun libro straniero […] Ora impossessatisi di Costantinopoli chi potrà dubitare che daranno alle fiamme qualsiasi monumento degli antichi scrittori? […] La città che dopo Costantino aveva resistito per più di mille e cento anni e che non era mai caduta in potere degli infedeli, è andata incontro ora, in quest’anno infausto, alla distruzione da parte dei turchi, gente quanto mai spregevole. Anche Roma nell’anno 1164 dalla sua fondazione si racconta che abbia subito distruzioni da parte di Alarico, re dei goti; ma questi ordinò che le chiese dei santi non fossero violate. Chi potrebbe dubitare che i turchi invece non abbiano infierito contro le chiese di Dio? Soffro al pensiero che Santa Sofia, famosissima in tutto il mondo, sia stata distrutto o profanata, che le numerose basiliche dedicate ai santi, vere opere d’arte, siano state rovinate o contaminate dalla sozzura di Maometto. Che dire poi dei libri, che si trovavano in essa in grandissimo numero, non ancor noti a noi latini? Ahi, quanti nomi di grandi scrittori ora scompariranno? Questa è una seconda morte per Omero, un secondo trapasso per Platone: dove potremo ora ricercare le opere geniali dei filosofi e dei poeti greci? La fonte della poesia è scomparsa […]. Sopravviverà qualche scintilla presso i latini, ma ho l’impressione che non durerà a lungo se Dio non ci guarderà con occhio più mite dall’alto e non concederà una sorte più benigna all’impero romano e alla sede apostolica […] Che cosa abbiamo perduto? Certo la città imperiale, la capitale dell’impero d’Oriente, la più alta sede del popolo greco, il secondo seggio patriarcale. Ahi! Come mai religione cristiana che un tempo ti estendevi per largo tratto ti sei così ristretta e venuta meno? Dei quattro più grandi patriarchi non ti rimane che quello soltanto di Roma. Come puoi ancora sopravvivere dal momento che ti sono state sottratte tre delle quattro colonne su cui stava l’edificio della Chiesa? Hai perduto uno dei tuoi due occhi. Se la misericordia divina non rivolge il tuo sguardo su di te, c’è poco da sperare che tu possa salvarti […]. La spada dei turchi pende ormai sulle nostre teste e noi ci facciamo guerra l’un l’altro, perseguitiamo i nostri fratelli e permettiamo che i nemici della croce infieriscano contro di noi […]».

E. S. PICCOLOMINI, Lettere a N. Cusano, in La caduta di Costantinopoli, 2 voll., a cura di A. Pertusi, Fondazione L. Valla, Mondadori, Milano 1976.

(a cura di Daniele Fazio)

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