Tutte le persone mediamente scolarizzate hanno certamente incontrato il nome di Pitagora, quando hanno studiato il teorema in geometria riguardante il triangolo rettangolo che viene a lui attributo.

Ma chi fu Pitagora? Egli nacque a Samo, in Grecia, a metà del VI secolo avanti Cristo. Ebbe tra i suoi maestri il filosofo Anassimandro, ma divenne il maestro di una vasta scuola solo quando si trasferì nell’Italia Meridionale, luogo in cui oltre a offrire la sua scienza, fu anche all’origine di varie comunità politiche.

C’è da dire che la sua scuola non si occupava semplicemente di dare agli allievi una mera istruzione, ma era una vera e propria comunità filosofico-religiosa in cui si acquisiva una educazione ben precisa, una visione del mondo da spendere poi anche in campo politico. E fu così che tutta l’Italia meridionale divenne una costellazione di comunità politiche guidate dai pitagorici ed ispirate alla dottrina del maestro a cui principi ci si appellava col sintagma ipse dixit.

Ma quale fu il nucleo essenziale della visione pitagorica? Tutto ciò che esiste (la natura, il mondo, l’universo) non è un insieme di cose sconnesso e senza senso, ma è un cosmos ossia un insieme ordinato, armonico e conoscibile dall’uomo, ragion per cui bisogna scoprire l’elemento che più ci consente di rintracciare l’ordine per poter non solo conoscere scientificamente il mondo, ma vivere bene perché la conoscenza, per gli antichi greci, ha sempre un profondo valore morale. Pitagora, dunque, rintracciò l’archè (il principio) di tutte le cose nel numero, dando per prima alla matematica una importante dignità scientifica. Grazie alla semplificazione matematica degli elementi il tutto appariva ordinato e sinfonico, ragion per cui l’universo agiva come una grande orchestra tanto da offrire una musica mai discordante.

Seguendo poi l’orfismo, la scuola pitagorica opponeva radicalmente il principio spirituale dell’anima con quello della materia, tanto da ritenere che l’anima stesse nel corpo come in una prigione. Una tale idea influenzò molto, ancora una volta, la mentalità dei greci, tant’è che la si ritroverà anche in Platone. Del resto, però, la dottrina pitagorica sta tutta in una serie di opposizioni che sono perfettamente in asse con questa: bene-male, limite-illimitato e soprattutto cosmos-caos (ordine-disordine). Praticare dunque la filosofia significa anche purificarsi ed ottenere una salvezza.

Se da un lato, Pitagora dunque fu il primo a dare una “dignità” scientifica alla matematica quale via per la conoscenza ordinata della realtà, dall’altro è un grande esempio, al di là di questa applicazione – destinata poi ad entrare in crisi per motivi politici e per via della scoperta delle grandezze incommensurabili – della fiducia che ogni uomo deve nutrire nelle sue capacità di comprensione e ordinamento del mondo, che di per sé è un cosmos, ossia un ordine che noi possiamo conoscere. Di tale sapienza è capace l’uomo in quanto tale, indifferentemente dal suo essere ricco o povero, nobile o contadino, greco o barbaro.

Quest’atteggiamento nel VI secolo a.C. fu molto coraggioso in un mondo che si credeva in balìa del Fato (o Destino) e a volte del capriccio degli dei così come narravano, ad esempio, i poemi omerici. Pitagora, pur rispettando la religiosità tradizionale, si permette di conferire all’uomo la forza razionale che lo libera, in qualche modo, da una ineluttabilità superstiziosa e lo rende capace, tramite i numeri, di darsi un orientamento.

Una tale indicazione risulta oggi, al di là del riconoscimento o meno del principio delle cose nel numero, resistente ad ogni forma di scetticismo e relativismo e come tale indica sempre, attraversando i secoli, una via importante per l’uomo che deve essere consapevole delle proprie capacità, soprattutto di quella razionale, per poter ordinarsi e ordinare il mondo che gli sta attorno.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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