Nella storia dell’Europa, la cosiddetta peste nera è catalogata come un evento altamente devastante. Basta pensare che falcidiò circa un terzo della popolazione europea. Gli storici della medicina hanno stabilito – almeno questa è la tesi più accreditata – che la peste ebbe a propagarsi tramite il famigerato batterio Yersinia pestis – veicolato dai roditori all’uomo tramite la Xenopsylla cheopis, ossia una pulce parassita. A quanto pare giunse in Europa tramite le navi dei mercanti genovesi e veneziani che commerciavano con l’Asia e/o attraverso una migrazione di ratti provenienti sempre dall’Oriente. Rintanata sulla pelle dei roditori, la pulce saltava per cibarsi di sangue anche sugli altri esseri viventi. La peste vide in Cina il suo esordio intorno agli anni ’30 del XIV secolo e in Europa si sviluppò, soprattutto dal 1347 al 1351, vedendo il suo picco nel 1348 e comunque ricorrendo periodicamente nei diversi Continenti fino al primo ventennio del Novecento, tempo in cui si poté isolare il suddetto agente patogeno responsabile dell’infezione.

Aspetti medici e sanitari

Gli epifenomeni del contagio della peste, che in genere si manifestavano dopo un’incubazione – che andava dai due ai dodici giorni – erano riducibili a tre forme: bubbonica (la più comune), polmonare e setticemica. Secondo quanto trasmessoci da uno dei più lucidi medici dell’epoca Guy de Chauliac (c.a 1300-1368), che sopravvisse allo stesso contagio, i malati morivano nell’arco di tre giorni o cinque. Nella stragrande maggioranza dei casi comparivano bubboni nerastri su tutta la superficie del corpo e soprattutto nelle zone ascellari ed inguinali. Il contagio avveniva in maniera immediata e intere famiglie perivano senza neanche l’assistenza religiosa. L’insorgenza del morbo era simile a quella dell’influenza: con febbre, dolore alle ossa, vomito, vertigini e fotosensibilità, a questi si aggiungeva anche espettorato ematico. Mentre alla peste che si manifestava con i bubboni si poteva sopravvivere erano nettamente letali le tipologie polmonari e setticemiche, che conducevano la prima a crisi di soffocamento e la seconda ad infezioni del sangue che portava alla morte in poche ore.
Per affrontare la pandemia fu raccomandato da varie istituzioni, tra cui la facoltà medica di Parigi, una sorta di protocollo per evitare il contagio – Compendium de epidemia – che prevedeva una serie di norme su cui per diversi secoli si basarono le autorità mediche e politiche per fronteggiare le varie insorgenze pandemiche. Tali raccomandazioni annoveravano prescrizioni mediche, igieniche e dietetiche. Nella abitazioni pubbliche e private veniva fatta una sorta di sanificazione costante attraverso i fumi ricavati dalla combustione di incenso e camomilla e la successiva areazione degli ambienti; bisognava poi evitare qualsiasi contatto con l’appestato che aveva un regime dietetico e comportamentale ben preciso: mangiare e bere con moderazione – senza una totale astinenza – evitando carni grasse e pollame; doveva inoltre dormire poco, alzarsi all’alba e non circolare durante la notte, evitando disordini sessuali. Il malato, inoltre, doveva strofinare sulla sua pelle acqua di rose e aceto e portare addosso pietre preziose. Venivano anche praticati salassi nella convinzione che la sottrazione di sangue potesse estirpare il male, ma ciò aumentava semplicemente le probabilità di contagio attraverso il sangue infetto.

Provvedimenti governativi

Furono messi in atto i primi cordoni sanitari, soprattutto in diverse zone del Nord Italia, che consistevano in isolamenti per malati e sospettati costituiti dai lazzaretti di frontiera. Vennero nominati Magistrati di Sanità che dovevano vigilare sul rispetto delle norme emanate. Iniziarono anche le «quarantene», ossia il blocco delle navi presso i porti d’arrivo di quaranta giorni con l’isolamento delle persone che vi erano a bordo. Fu consigliato, infine, di evitare affollamenti e furono controllati gli ingressi e le uscite dalle porte delle città. Il lazzaretto, comunque, divenne il luogo strategico per poter osservare la malattia, il suo decorso e approntare oltre che le cure religiose anche le possibili cure mediche. Furono in essi impegnati, a volte eroicamente, diversi ordini religiosi e confraternite. Il cronista fiorentino Matteo Villani (1283-1363) descrivendo la Grande Peste di Firenze scrive: «e avveniva che chi era a servire questi malati, o infetti, di quella medesima corruzione incontinente (immediatamente) malavano, e morivano per somigliante modo» (Cronica, I, 2).
Da allora e per i secoli a venire si sviluppò il massimo interesse nell’impiantare una organizzazione sanitaria in grado di combattere non solo i momenti di epidemia, ma anche di seguire in ogni malattia la persona, che veniva ricoverata e curata in alloggi dedicati a questa finalità: gli ospedali. Furono istituiti soprattutto dai Comuni le condotte mediche per la cura gratuita dei cittadini poveri, Uffici di sanità con protocolli di gestione e le autorità iniziarono ad esercitare seri controlli sui mercanti di cibi e tessuti.

Aspetti socio-religiosi

L’assedio della peste condusse gli uomini anche ad una serie di disordini morali e sociali. Si verificavano casi di sciacallaggio alla ricerca di soldi nei vestiti dei cadaveri, liti tra famigliari per spartire l’eredità dei defunti e abbandoni dei contagiati da parte degli stessi parenti. Scrive sempre Villani che quest’ultima pratica era diffusa tra gli infedeli «che le madri e’ padri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e’ padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti, cosa crudele e meravigliosa, e molto strana dalla umana natura, detestata tra i fedeli cristiani nei quali, seguendo le nazioni barbare, questa crudeltà si trovò».
Ma soprattutto la reazione emotiva delle popolazioni in mancanza di chiarezza medico-scientifica circa il flagello della peste – esorcizzando in modo irrazionale il pericolo – si manifestò spesso in pratiche di caccia all’untore, ossia di un capro espiatorio su cui scaricare le proprie paure e allontanare così il contagio. Chi fu considerato l’untore per eccellenza? Soprattutto nell’Europa Settentrionale e nelle regioni germaniche si aprì la caccia all’ebreo, accusato di essere il responsabile della diffusione del contagio, ad esempio attraverso la pratica dell’avvelenamento dei pozzi cui si attingeva l’acqua. Principalmente la persecuzione era spinta da movimenti ereticali e cosiddetti «flagellanti» che si prodigavano in plateali opere di penitenza e automacerazione, considerando la peste una punizione divina per i peccati dell’umanità e quindi con questi metodi implorare la salvezza.
A muoversi in soccorso della comunità ebraica fu Papa Clemente VI (1342-1352) – quarto Papa residente ad Avignone – che, con due diverse Bolle, intervenne – seguito da altri uomini di Chiesa – per condannare le violenze contro le varie comunità ebraiche europee. Coadiuvato dal suo medico, il già citato Guy de Chauliac, egli dimostrò anche da un punto di vista razionale e di buon senso che la caccia all’untore non aveva alcuna ragion d’essere e sotto pena di scomunica vietava ogni sorta di discriminazione verso le comunità ebraiche. Da questo punto di vista, l’Inquisizione agì proprio in difesa degli ebrei per sottrarli spesso alle malevoli intenzioni delle folle, suggestionate da tesi millenariste ed apocalittiche di movimenti ereticali, che poi come un fiume carsico giungeranno a sviluppare sia il movimento hussita in Boemia, che successivamente la rivoluzione protestante in Europa.
Nella Bolla Quamvis perfidiam Iudeorum (4 Luglio 1348) Clemente VI ribadisce che Gesù Cristo ha scelto il popolo ebraico per nascere e salvare tutta l’umanità, ragion per cui anche il Pontefice – così come fecero molti suoi predecessori – ha a cuore il popolo ebraico e garantisce loro uno «scudo di protezione». Nella fattispecie, poi dimostra che la peste è presente in ogni dove, ossia anche in luoghi laddove non vi è alcuna comunità ebraica. Ricorda, inoltre, che anche gli stessi ebrei sono colpiti così come i cristiani dalla peste e che dunque ogni violenza nei loro confronti è ingiustificata e fa incorrere chi se ne rende protagonista nella massima pena canonica che è la scomunica.
Con la Bolla Inter sollicitudines (20 Ottobre 1349) delegittimava – fatta salva la pratica della penitenza individuale – infine le pratiche dei flagellanti che si inserivano in un orizzonte dottrinale confuso, quando non esplicitamente ereticale.
Se il XIV secolo può essere contrassegnato dalla parola “crisi” manifestatasi in forme molteplici, il segno plastico di questa non può che essere la Grande Peste. Proprio in questo tempo mutò il volto dell’Europa. In ogni ambito, l’uomo fu chiamato a cambiare direzione e segnatamente da un punto di vista storico un tale periodo avviò quello che Johan Huizinga (1872 – 1945) molto bene ha definito come l’Autunno del Medioevo, gravido di un profondo cambiamento epocale.

Daniele Fazio

Bibliografia

Agnoli Francesco, La Grande Storia della Carità, ed. Cantagalli, Siena 2013.
Iacovelli Gianni, Manuale di storia della medicina, Gerni editori, San Severo (Fg) 1991.
Villani Matteo, Cronica. Con la continuazione di Filippo Villani, a cura Giuseppe Porta, ed. Guanda, Parma 1994.

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