Paolo predica all'areopago di Atene
Paolo predica all’areopago di Atene

«Nessun cittadino romano ha avuto nella storia dell’Impero quell’importanza decisiva che noi dobbiamo assegnare a Paolo: e tuttavia, è molto probabile che nessuno degli Imperatori sotto i quali egli compì la sua opera missionaria […] abbia avuto un qualche interesse per questo gigante della storia mondiale. C’è di più: nessuno degli storici romani ha avuto un qualche sospetto che valesse la pena di ricordare la sua opera […]. Paolo si considerava civis romanus sin dalla nascita, avvenuta a Tarso, capitale della Cilicia, all’incirca nel I decennio d.C., egli era nato da genitori ebrei […] ed aveva ricevuto […] il nome del grande re ebraico, unico della tribù di Beniamino, Saul. Come civis romanus, egli aveva tria nomina, di cui conosciamo solo il cognome Paullus, la civitas romana è dunque per Paolo un fatto giuridico di enorme importanza».

Con queste parole lo storico dell’Antichità Santo Mazzarino, di origini siciliane, offre un affresco puntuale dello statuto giuridico di Paolo di Tarso, nonché della sua grandiosa opera. Alla discendenza ebraico – farisaica, con l’importante formazione avvenuta alla scuola del rabbi Gamaliele e al suo essere cittadino romano, va aggiunto il fatto certissimo che, essendo abitante di Tarso, in Cilicia – regione appartenente ai territori della cosiddetta diaspora ebraica di lingua greca – era a conoscenza, per esserne immerso, della cultura ellenica: aveva sicuramente sentito parlare della filosofia e dei poeti greci, cosa di cui, peraltro, ne dà prova nelle sue Lettere.

Non si esagera, allora, nel pensare che proprio Paolo, in un certo senso, sia stato il “primo europeo”. Se, infatti, il paradigma su cui poggia il continente, non geografico ma culturale, che è l’Europa è dato principalmente dall’incontro tra il giudeo-cristianesimo, la filosofia greca e il diritto romano, Paolo è tra i primi ad anticipare nella sua mentalità tale sintesi. Forse è anche per questo che si muove con grande facilità tra le varie culture riuscendo ad incarnare in esse il messaggio universale cristiano: dall’Asia minore alla Spagna, passando quasi certamente per lo Stretto di Messina e giungendo a Reggio, come testimoniato dagli Atti degli Apostoli. È un viandante del Mediterraneo.

Ad Atene cita il poeta Tirteo e prende spunto dall’iscrizione ad una divinità pagana, nei suoi scritti emerge la distinzione tra la sapienza dei greci e la fede in Cristo crocifisso, davanti al Sinedrio ricorda la sua discendenza ebraica per sottolineare l’adempimento delle promesse del Dio d’Israele in Gesù Cristo. E, infine, da buon conoscitore dei suoi diritti di civis romanus si appella all’Imperatore per essere giudicato.

Paolo, pur essendo ebreo, ha già assunto la novità cristiana che lo ha trasformato integralmente, per questo vive anche fermamente la sua lealtà di cittadino dell’Impero nei confronti delle autorità. Consapevole che ogni sua parola avrebbe potuto provocare nelle comunità cristiane e soprattutto in quella romana – la più vessata dalle persecuzioni pagane – una rivoluzione sociale invita i cristiani all’obbedienza e alla lealtà verso le autorità che prendono il potere da Dio – omnis potestas a Deo – ricordando quanto insegnato dal Maestro: rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.

Paolo è convinto che quell’Impero – nonostante gli evidenti segni di crisi e tracollo morale e culturale – rappresenta comunque quella “pienezza dei tempi” in cui Dio ha mandato il suo Figlio, ovvero un mondo culturalmente pronto per essere fecondato dal messaggio della salvezza. Secondo Mazzarino, per Paolo «lo Stato romano è […] la via della conservazione delle forme giuridiche, nelle quali consistono le buone opere». Allo stesso tempo, però, Paolo era consapevole che i motivi di attrito non erano pochi e soprattutto che  erano inevitabili. Tuttavia, la lotta al paganesimo non fu mai lotta alle autorità, ma rigenerazione dei singoli uomini che diedero la loro bella testimonianza fino al martirio. Le persecuzioni avvenivano non tanto perché la dottrina paolina fosse errata o fosse un tentativo malriuscito di “compromesso” con il potere politico, bensì perché quel mondo ormai, davanti al cristianesimo, segnava il suo capolinea: era giunto al suo sostanziale termine affetto da una crisi morale, che anche con le persecuzioni si illudeva, sbagliando, di risolvere.

Ormai ci si avviava, pur tra molti travagli, verso un orizzonte nuovo, verso il passaggio ad un’altra epoca che vede quali tappe fondamentali: tre secoli di persecuzione cruenta delle prime generazioni di cristiani, la difesa dei brandelli di civiltà e diritto che venivano travolti dalle ondate barbariche, la grande epopea dell’evangelizzazione di questi nuovi popoli e solo successivamente gli albori di una nuova civiltà, questa volta romana e cristiana. Senza il magistero e l’opera di Paolo, fedele apostolo di Cristo, tutto questo sarebbe stato impensabile.

Daniele Fazio

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

Un pensiero su “Paolo di Tarso, il primo europeo”
  1. Caro Daniele…il tuo è , per me,un apporto di notevole riferimento culturale.Grazie….se puoi continua a mandarmele.E’ per me fortemente gradito e moltissimo apprezzato.Ancora…Grazie.Ciao.A presto.

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