In una miniatura, che accompagna un manoscritto custodito nella Biblioteca vaticana, sono raffigurati tre personaggi: quello più piccolo in basso è l’imperatore Enrico IV, sì col globo in mano – simbolo del potere temporale – ma altresì in posizione da supplice. A sinistra Ugo, l’abate di Cluny, che indica la figura centrale nella scena che è quella di una straordinaria donna del medioevo cristiano ed in particolare dell’XI secolo: Matilde di Canossa.

L’effige è chiaramente spiegata dalla scritta in latino che l’accompagna: Rex rogat Abbatem, Mathildim supplicat (Il re prega l’abate, ma supplica Matilde). Infatti Matilde, raffigurata sotto un baldacchino e seduta, con la mano destra  invita ad avanzare, ma tiene la mano sinistra semichiusa a monito e rimprovero.

La scena restituisce perfettamente non solo la personalità di Matilde – donna colta, esperta nel governo, fine diplomatica e fedele alla Chiesa di Roma, tanto da primeggiare rispetto allo stesso imperatore – ma anche il fatto storico fondamentale che consacrò la contessa di Toscana a figura stimatissima da papi, re e imperatori.

Il declino del papato e della Chiesa, causato per diversi motivi, dei secoli precedenti grazie al movimento riformatore di Cluny, proprio nell’XI secolo iniziò ad arrestarsi e una serie di “ottimi papi” cercarono di emendare i costumi degli ecclesiastici e soprattutto di garantire alla Chiesa la libertà necessaria per la sua missione a cominciare dalle nomine di preti, vescovi e addirittura dei pontefici. Infatti, da qualche secolo il governo imperiale si intrometteva pesantemente nella nomina dei vari ecclesiastici e l’elezione del pontefice era in balìa delle potenti famiglie romane.

L’imperatore Enrico III con la moglie Agnese di Poitou avevano dato man forte a questo vasto movimento di riforma, le cose, tuttavia cambiarono quando – morto Enrico III – salì al trono il figlio, proveniente da tutt’altra cultura e di tutt’altro orientamento. In questo contesto, la cosiddetta “lotta per le investiture”, ossia il reciproco riconoscimento delle legittime libertà di Chiesa e Stato raggiunge un livello di scontro epocale. Infatti, Papa Gregorio VII rivendicando la nomine degli ecclesiastici scomunica Enrico IV. La scomunica non solo è la massima pena canonica per un cristiano, ma nel medioevo se inflitta ad un imperatore scioglie i sudditi dall’obbedienza, causando così non pochi problemi governativi.

Enrico, allora. si mette in cammino dalla Germania e giunge a Canossa, dove si trova Papa Gregorio VII, ospite su consiglio proprio di Matilde, che media la rappacificazione non avendo dubbi però sul fatto che a sbagliare fosse proprio l’imperatore che si arrogava il diritto di nominare il personale ecclesiastico, ingerendo negli affari interni della Chiesa.

Il 28 Gennaio 1077, grazie alla contessa, Gregorio VII rimette la scomunica; Enrico IV tuttavia non è sinceramente pentito e infatti da lì a poco diverse volte avanzerà le sue pretese addirittura con spedizioni militari. I feudi di Matilde sono situati in una zona cuscinetto tra i territori imperiali e quelli pontifici e dunque la contessa si troverà a dover difendere la libertà della Chiesa e dei propri possedimenti anche in armi e superando anche cocenti tradimenti. La si vedrà a capo delle sue truppe e vittoriosa soprattutto grazie ad uno stratagemma bellico contro il temibilissimo esercito imperiale intorno al 1091.

La Granduchessa governò i suoi territori per quarant’anni, dalla morte della madre Beatrice fino al 1115. Il più alto titolo che ebbe fu quello di vicaria imperiale o meglio di viceregina d’Italia. Su di lei si conservano scritti in prosa e in poesia, ma soprattutto la memoria di una donna determinata, che sfata il mito di un medioevo misogino: lei fa parte di quella lunga schiera di donne che proprio durante la cristianità medievale hanno giganteggiato per cultura, governo e spiritualità. Con i piedi ben saldi a terra, ma con gli occhi rivolti al cielo.

La medievista Regine Pernoud ha scritto: «Canossa fu il simbolo stesso di questa resistenza di una donna che si è imposta all’imperatore, detenendo nella cristianità il più eminente potere».

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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