Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.

( Inferno, c. I, vv. 85-87)

Dante muove i primi passi all’interno della selva oscura, siamo nel canto primo dell’inferno. L’uomo è smarrito, si è trovato a fronteggiare tre bestie che si sono poste innanzi: la lonza (un felino, probabilmente una lince), il leone e la lupa. L’allegoria individua in esse le figure della lussuria, della superbia e della cupidigia. Peccati di Dante, ma vizi di cui ogni uomo in ogni tempo fa esperienza.

Nonostante la paura e l’angoscia, il viandante vuole andare oltre questo stato di cose. Vuole salvarsi dalle bestie. Ma come fare? Continua il suo percorso non in avanti, ma quasi indietreggiando sempre di più verso la foresta tenebrosa, quando ad un tratto vede un’ombra, con cui intesse un dialogo. All’invocazione di pietà rivoltagli, l’interlocutore di Dante risponde snocciolando chi era stato in vita: il poeta che raccontò del viaggio del figlio di Anchise e della fondazione di Roma, Virgilio, l’autore dell’Eneide.

Ed ecco che dopo tanta angoscia, Dante dà spazio al lume della speranza. Inizia ad aprire i suoi occhi, prorompendo nell’esclamazione: «Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore»(v.85). Senza una guida, Dante avrebbe continuato a sbagliare strada, infatti, subito – dopo aver sentito la richiesta d’aiuto di Dante in lacrime per essere perseguitato dai vizi – il maestro lo reindirizza. Il problema di fondo è quello di uscire «d’esto loco selvaggio» (v. 93).

Virgilio diventerà la sua guida lungo i gironi infernali fino alle porte di un luogo in cui lui non potrà più andare, ossia fino alle porte del Paradiso.

Tali versi ci inducono a compiere un duplice livello di considerazioni. L’uomo ha bisogno d’altri per poter crescere non solo per quanto riguarda la propria istruzione, ma soprattutto per quanto riguarda la crescita morale e spirituale. Nell’esperienza di Dante, il maestro non è un semplice maestro di poesia e di stile oratorio, ma è una guida dell’interiorità che con sapienza, fermezza e delicatezza, accompagna prima verso l’umanizzazione e poi verso la salvezza. Così il maestro indica, innanzitutto, il buon uso di ragione che è condizione senza la quale l’uomo disperde se stesso facendosi guidare dagli istinti e trascinare dal turbine delle passioni, che Dante ha riassunto principalmente nella lussuria, nella superbia e nella cupidigia.

Quanto attuale l’appello dantesco, allora, alla necessità di buoni maestri e dell’uso di una retta ragione, in un contesto culturale che recalcitra alla stessa idea di indicazioni morali, perché infonde agli uomini l’illusione di essere felici seguendo meramente il principio di piacere?

Certo i soli maestri e la sola ragione non bastano, Virgilio ad un certo punto si dovrà fermare, ma senza maestri e senza ragione continuamente si sbaglia strada, ossia non si diventa mai, come dirà Virgilio di Dante nel suo Commiato, signore di se stesso e capace di discernere il vero, il bello e il bene.

Daniele Fazio

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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