Flavio Gioia da AmalfiDal secolo XIII il Mediterraneo torna a essere il centro economico del mondo conosciuto ed è dominato dalle grandi città marinare italiane. Fra queste eccelle Genova, che possiede la flotta mercantile più grande ed è al centro delle relazioni tra il Mediterraneo e l’Atlantico; i suoi armatori e uomini di affari dominano il settore del credito e quello del grande commercio internazionale. Non stupisce, pertanto, che il primo viaggio di scoperta nell’Atlantico sia stato quello dei fratelli genovesi Ugolino e Vadino Vivaldi, al cui «folle volo» forse fa riferimento Dante Alighieri (1265-1321) ne La Divina Commedia, nel canto XXVI dell’Inferno, al verso 126. Partiti nel 1291, significativamente lo stesso anno della caduta di San Giovanni d’Acri, ultimo caposaldo cristiano in Terrasanta, intendevano andare, come riferisce l’analista genovese Jacopo Doria (1234-1305), «ad partes Indiae per mare Oceanum», «attraverso l’oceano, alle regioni dell’India» (Tangheroni 1996,474) per acquistare lucrose merci, ma con loro vi erano anche due frati: lo stesso slancio, insieme commerciale e missionario, che aveva impegnato sulle vie terrestri per la Cina alcuni mercanti, come i fratelli Niccolò e Matteo Polo – in un primo viaggio nel 1255-1256 e in un secondo, dal 1271 al 1295, in cui furono accompagnati da Marco (1254-1324), figlio di Niccolò -, e alcuni missionari francescani, fra i quali l’umbro Giovanni da Pian del Carmine (1182-1252) dal 1245 al 1247, il beato Giovanni da Montecorvino (1247-1328), primo arcivescovo di Khambaliq, l’attuale Pechino, nel 1289, e il fiorentino Giovanni de’ Marignolli (1290 ca.-dopo1360) nel 1339.

L’impresa dei fratelli Vivaldi non rappresenta un azzardo, ma poggia su una solida struttura organizzativa e imprenditoriale, appunto quella del commercio genovese. Se il loro viaggio «mediterraneo», compiuto cioè con galee e con una mentalità da cabotaggio, fallisce, come quello del catalano Jaume Ferrer, salpato da Maiorca nell’Agosto 1346 «[…] per raggiungere il fiume dell’oro, per anar al riu de l’or» (Tangheroni 1996,476), sulle coste africane, i genovesi danno il loro contributo alla scoperta del «Mediterraneo atlantico» (Chaunu 1979, 105), caratterizzata dall’esplorazione e dalla colonizzazione degli arcipelaghi occidentali e compiuta soprattutto dalla Corona portoghese.

Il re Dinis I di Borgogna (1261-1325) nel 1317 conclude un accordo con il genovese Emanuele Pessagno († 1345), che in cambio del titolo di Almirante, «ammiraglio», per sé e per i suoi discendenti, mette a disposizione del sovrano venti esperti genovesi che lo servissero come piloti e capitani nautici. «Si tratta di un vero e proprio impegno da vassallo a sovrano, fondato su un giuramento di omaggio secondo il diritto delle nazioni marittime e dei loro mercanti» (Heers 1983, 83).

Nell’ambito di questo accordo il re Alfonso IV di Borgogna (1291-1357) sostiene le iniziative di due genovesi – Lanzarotto Malocello nel 1336 e Niccoloso da Recco nel 1341 – verso le Canarie, raggiunte più volte grazie a vere e proprie imprese di carattere internazionale e infine occupate dai castigliani con la spedizione del nobile Jean de Béthencourt (1360-1425) nel 1402.

Sono invece i portoghesi a raggiungere l’isola di Madera con João Gonҫalves Zarco e Tristão Vaz Teixeira nel 1419 e le più lontane Azzorre con Gonҫalo Velho Cabral dal 1432.

Se la scoperta dei Nuovi Mondi s’inquadra, dunque, all’interno di un prolungato fervore d’iniziative, non va dimenticato, però, che «[…] la magnanima grandezza di quegli antichi progetti oggi tende a sfuggirci, forse perché, per noi, il mondo ha un’immagine definita sul piano generale quanto nei particolari» (Donattini 2004, 45).

Tratto da Francesco Pappalardo, L’espansione europea dal secolo XIV al secolo XIX, Idis – Regione Siciliana, pp. 12-14

 

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