La Sicilia non è solo mare, ma anche terra. Sconfinata, variegata, massiccia, l’Isola è un susseguirsi di altipiani a scacchiera e vallate, di colline e montagne che continuano in maniera virtuale l’Appennino: i Peloritani, i Nebrodi, le Madonie, fino alla Montagna vero nomine: l’Etna, il vulcano attivo più grande d’Europa. Questa terra è solcata dalle fiumare, corsi d’acqua a carattere torrentizio e dipinta nella gamma di colori che procedono dal biancastro della zona sud orientale al nero della pietra lavica, forgiata dal magma del vulcano. Paesi e città che si inerpicano nelle montagne e che conoscono la neve d’inverno e la calura dei giorni d’estate in cerca delle serate in cui l’escursione termica porta refrigerio. In mezzo a tutto questo il latifondo – smisurati appezzamenti di terreno seminativo, arido e non irrigato – in cui i contadini si recavano per la coltivazione e ancora il giardino e l’orto, questi ultimi di tipo irriguo e necessitanti di tanta acqua. Questa terra, incontrando il lavoro dell’uomo, che lasciava di buon mattino la casa per recarsi per ore ed ore – ricurvo sotto il sole – nei campi, dona agli abitanti tanti prodotti essenziali, tra cui emergono: il grano – probabilmente portato dalla Palestina dai Fenici – è il cereale per cui la Sicilia divenne importante soprattutto nell’economia antica e almeno fino al Secolo XVI; il vino gustoso, forte, inebriante, bevuto anche da Giulio Cesare, fino al Cinquecento era termine di paragone con tutti i vini dello Stivale; e ancora l’olio, prodotto agroalimentare, tipico del Mediterraneo che ha avuto in Sicilia ed in Grecia le sue origini più antiche e illustri e i diversi agrumi che colorano la piana di Catania e sono costanti coltivazioni nel paesaggio collinare.

Questa terra ricca e pronta ad arricchire – spesso dimenticata – a causa del miraggio di un “posto” di lavoro nell’apparato burocratico, intensivamente offerto dai governi post-unitari a risarcimento della politica di impoverimento del Meridione, o peggio ancora obliata a causa di progetti di industria pesante, mai completamente realizzati e laddove impiantati terribilmente nocivi per l’ambiente e la vita dell’uomo, è ancora pronta per risorgere nella misura in cui potrà incontrare nuovamente il sudore della fronte dell’uomo. Il Sud-Italia e la Sicilia, in particolare, hanno costituito un elemento tutt’altro che marginale che riguarda il ruolo di collegamento culturale, economico, commerciale, operato dal Regno del Mezzogiorno tra l’Occidente romano-germanico e l’Oriente greco-bizantino ed islamico. La situazione patrimoniale del Regno duo siciliano, alla vigilia dell’Unità d’Italia, superava di gran lunga, con i suoi 443,3 milioni di lire d’oro, quella degli altri stati preunitari messi assieme, come del resto conferma anche il liberale Francesco Saverio Nitti [1868 – 1953]. Nel caso siciliano, più particolarmente, il reddito si basava, oltre che sulla pesca e sui cantieri navali, sull’esportazione di zolfo, olio d’oliva, agrumi, sale marino e vino. Le principali correnti di traffico erano dirette verso l’Inghilterra (40%), verso gli Stati Uniti (con un terzo della produzione di agrumi) e verso gli altri paesi europei. La Sicilia per questi suoi commerci aveva costantemente un saldo attivo.

Nel corso del tempo, questa terra – l’Isola verde degli Arabi – è stata rivestita dal manto urbano: la Sicilia è una terra di Città e  di paesi che si susseguono l’uno dopo l’altro nelle coste e che sono segnate spesso da notevole distanza nell’entroterra. La struttura rimane quella greco-romana, quella per intenderci delle poleis, un sistema che fino al midollo struttura i centri urbani di medie o piccole dimensioni con al centro la piazza, l’antica agorà, luogo dell’incontro e del confronto, spazio in cui l’animale razionale esercita attraverso la parola il suo essere sociale. Accanto alla piazza svetta, poi, il campanile, segno della presenza della trascendenza in mezzo agli uomini e poi tanta bellezza ricavata dal lavoro creativo dell’uomo: le ceramiche, ad esempio, sono ciò che proprio viene dalla terra, dall’argilla cotta e lavorata, modellata e dipinta dai maestri di Sciacca, Caltagirone, Santo Stefano di Camastra. Essa fa esplodere il genio siciliano e connette perfettamente la spinta della natura con l’apporto della cultura, del pensiero dell’artigiano, così come la varietà dei paesaggi si riverbera nei tanti dialetti in uso, risultanti di storie e influenze differenti.

Ma la terra di Sicilia genera anche drammi e catastrofi; è una terra che trema e nel corso dei secoli diventa teatro triste  di distruzioni e morti: eventi sismici accompagnano e segnano la storia di questo popolo, ma dopo il terremoto v’è sempre la rinascita, e laddove più forte è stata la distruzione più energica fiorisce la bellezza. Come, ad esempio, nella Val di Noto, dilaniata dal terremoto del 1693, rinata nel barocco siciliano, quale segno di risurrezione dal grande male. La ricostruzione segna un rinnovamento urbano che decreta la vittoria sulla calamità naturale, grazie alla bellezza dell’opera dell’uomo (continua…).

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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