copertina La Casa EuropaChi sono? Da dove vengo? Dove vado? Sono le domande fondamentali che l’uomo si pone in relazione alla propria esistenza in modo tale da strutturarla secondo le risposte che, anche aiutato dall’ambiente in cui è nato, riesce a delineare.

Tali domande, trasferite su un piano sociale e culturale, riguardano per analogia anche l’ampia comunità in cui viviamo, che ha avuto un inizio storico, ha acquisito una identità e viaggia, tra apogei e crisi, verso un fine.

A queste domande, per ciò che riguarda l’Europa, risponde un volume pubblicato da poco in Italia da D’Ettoris Editori di Crotone, che raccoglie alcune conferenze, lezioni e articoli sul tema scritti da Gonzague de Reynold (1880 – 1970), che è stato poeta, storico, pensatore, scrittore e uomo politico della Svizzera. Il titolo scelto dal curatore Giovanni Cantoni – che ne fa una pregevole presentazione – è La Casa Europa.Costruzione, unità, dramma e necessità.

L’ottica in cui il pensiero di Reynolds si muove è presto spiegata: «bisogna pensare il nostro tempo, lavorare il nostro tempo. Ma pensare il nostro tempo significa riposizionarlo nella continuità storica, sulle grandi linee di forza; significa spiegarlo con il passato; significa chiedersi da dove viene per meglio distinguere dove va. Pensare il nostro tempo significa risalire nel passato con le preoccupazioni e le inquietudini contemporanee, poi ridiscendere nel presente con tutta l’esperienza storica del passato». Non si tratta, dunque, semplicemente, di una notevole ed erudita ricostruzione della civiltà europea, ma di attuare uno sforzo di analisi del passato per risolvere la crisi del presente e sperare in un futuro fulgido.

La storia dell’Europa è principalmente una storia di relazioni. Quello che noi chiamiamo continente europeo di fatto non risponde ad significato primariamente geografico, bensì culturale. Questo lembo di terra, appartenente al più vasto territorio della penisola asiatica è un continente culturale perché ha sedimentato una identità derivata dall’unità della filosofia greca, del diritto romano e infine da quello straordinario collante – il tetto dell’edificio secondo il nostro Autore – che fu il cristianesimo, capace di rispondere a quelle invasioni barbariche di cui veniva fatto oggetto il decadente Impero romano, facendo così ripartire una nuova storia, con un nuovo soggetto: la cristianità. Dunque ci ricorda Gonzague de Reynold:«la prima concezione di Europa è quella romano – cristiana, la sola alla quale siamo storicamente debitori di riconoscere che, con impegno, ha costruito l’Europa».

E, tuttavia, questa Europa che ha valicato i secoli si è disfatta. Le cause messe in luce, con straordinario impegno analitico, ci rimandano primariamente ad un processo disgregativo ad ampio raggio venutosi a determinare a partire dall’autunno del Medioevo e caratterizzato inizialmente da un moto psicologico e morale degli uomini del tempo che non furono all’altezza degli ideali posti loro innanzi e che si costituivano a garanzia del nuovo contesto culturale e politico. Una serie di rotture si susseguirono quali crisi interne e come se non bastasse giungeva la pressione esterna da parte degli Ottomani.

All’epoca della cristianità succede, così, l’epoca dell’uomo e dall’esordio religioso si giunge ad un esito antireligioso: «si sono susseguite le epoche dei clan e delle tribù, delle città, degli imperi, della cristianità, infine dell’uomo: ci troviamo nel periodo vuoto che separa la quinta epoca da una sesta che non possiamo ancora sapere cosa sarà. Il periodo vuoto nel quale siamo caduti è senza dubbio il più profondo di tutta la storia. Per due ragioni; la prima, la crisi ha colpito il mondo intero; la seconda, disponiamo di mezzi di distruzione, di annientamento che mai prima del 1914 si sarebbe osato immaginare, sotto pena di passare per pazzi».

Il piglio pessimista dell’analisi per Gonzague de Reynold è funzionale all’ottimismo dell’azione. Vi sono le possibilità di un riscatto ed è ancora la nostra storia che si erge a significativa maestra: proprio nei momenti in cui, infatti, l’Europa era «circondata, invasa da una coalizione di pagani e di musulmani. Era presa e schiacciata da tutte le parti come un guscio di noce in una tenaglia. I contemporanei disperavano. Si aspettavano la fine del mondo[…]. Questi europei avrebbero mai immaginato forse non soltanto che nulla era perduto, ma addirittura che l’Europa era alla vigilia della sua più grande epoca e che aveva dinnanzi a sé un così grande futuro?».

Certo quegli uomini avevano un segreto: la fede comune. Ciò che oggi, dunque, sembra impossibile è, tuttavia, necessario sia su un piano prettamente culturale che politico – istituzionale. La lezione di Gonzague de Reynold, introdotta in Italia grazie a Giovanni Cantoni, può stimolare allora tutti alla via della ripresa a partire dalle radici culturali di un contesto sociale e politico per cui – parafrasando ancora l’autore – il richiamo al passato diventa una nostalgia dell’avvenire.

Daniele Fazio

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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