«[…] io mi rendei,

piangendo, a quei che volentier perdona.

Orribili furon li peccati miei;

ma la bontà infinita ha sì gran braccia

che prende ciò che si rivolge a lei»

(Purgatorio, c. III, vv.119b-123).

Dante si trova nell’Anticamera del Purgatorio. Qui vi sono anche gli scomunicati. Tra di essi se avanza uno: è Manfredi Hohenstaufen o di Svevia o di Sicilia, figlio naturale di Federico II e Bianca di Lancia, nonché nipote dell’Imperatrice Costanza. Una vita avventurosa, piena di capricci, cui toccò una brutta fine. Infatti, egli fu ferito a morte nella Battaglia di Benevento (1266) in cui si sanciva il definitivo tramonto del dominio della casata di Svevia nell’Italia meridionale a favore del vittorioso Carlo I d’Angiò, e quindi della dinastia degli angioini.

Con questi versi, Dante ci trasmette almeno tre indicazioni costantemente valide: Egli – per prima cosa – vuol sottolineare che, nonostante le cattiverie che l’uomo può aver commesso, fino all’ultimo la Bontà infinita, Dio stesso aspetta un segnale di conversione, un pentimento sincero. Non si tratta di una furbata – anche perché nessun uomo sa quando arriverà il suo momento finale – ma della consapevolezza della grande miseria in cui l’uomo vive, illudendosi spesso del successo e del potere terreno, e dell’infinito e paziente amore di Dio che è più grande di ogni orgoglio umano. Vi si confrontano due onnipotenze: una illusoria, quella di Manfredi, l’altra reale, quella di Dio che si compie straordinariamente nella misericordia.

Ragion per cui se Manfredi certamente non è un modello, d’altro canto svetta in questa vicenda la consapevolezza che solo il Dio cristiano è capace di un perdono assoluto perché è misericordia. Ogni uomo, dunque, innanzi ai propri limiti non deve far altro che sperare in tale Bontà infinita e su questa via ogni suo gemito, sia anche l’ultimo, Dio stesso saprà valorizzare.

Il secondo insegnamento che il Sommo Poeta ci trasmette è quello di evitare che l’uomo si sostituisca a Dio nel giudizio ultimo. Umanamente parlando, viste le azioni oggettivamente gravi di Manfredi, egli non avrebbe potuto che affollare qualche girone dell’inferno. Ma dal momento che solo Dio sa guardare al cuore dell’uomo e sa sentire i suoi gemiti profondi, solo Lui alla fine è il vero giudice ultimo. La visione dell’uomo sul proprio simile, benevola o malevola che sia, è sempre parziale, mentre la visione di Dio è sempre assoluta.

Il terzo elemento importante sta nella preoccupazione di Manfredi di essere aiutato a purificarsi per giungere presto alla pienezza della felicità, ossia accedere alla visione beatifica di Dio. Come fare? Nella dottrina cristiana, i defunti sono inscindibilmente in comunione con i vivi. Ai vivi tocca pregare per le loro anime, perché – soprattutto per quelle del Purgatorio – sia abbreviato il tempo della pena. Ecco perché Manfredi, nel suo dire, prega innanzitutto il poeta di avvertire la bella figlia Costanza, sposa di Pietro III d’Aragona e quindi anche Regina di Sicilia, perché offra suffragi per la sua anima e perché non sia più in pena perché il padre è stato oggetto dell’abbraccio misericordioso di Dio.

Ogni uomo, d’ogni tempo, ha bisogno di questo abbraccio, in vita come in morte. Dante è testimone anche di questo.

Daniele Fazio

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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