Il mare è via dell’arrivo – così come abbiamo visto nel contributo precedente – ma è via anche della partenza di molti siciliani che, soprattutto dalla fine del XIX secolo in poi, con l’amarezza nel cuore lo solcano in cerca di un avvenire migliore in America e in Australia prima, e a partire dal secolo scorso, anche nelle regioni del Nord-Europa e del Nord-Italia. Questo mare è l’ultima sequenza di una Sicilia che resta nel cuore dell’emigrante, un cuore che spera, contro ogni speranza, di poter rivedere per il definitivo ritorno e al cui ricordo è invaso da sentimenti contrastanti di gioia e dolore. È quel mare verso il quale tante madri volgono gli occhi in attesa del ritorno dei figli lontani. La Sicilia, allora, diventa la nuova Itaca in questo movimento di allontanamento necessario da una parte e agognato ritorno dall’altra. Quella dell’emigrazione è stata una scelta obbligata per molti, soprattutto negli ultimi due secoli, dal momento che fino all’Unità d’Italia erano i veneti che emigravano nel Sud-Italia e non viceversa.

Essa è una delle risultanti delle nuove condizioni amministrative, economiche, politiche indotte dai governi post-unitari, statalistici ed accentratori, i quali si assunsero la missione storica di innescare una rivoluzione culturale piena di spirito ideologico moderno, progettando un “italiano” sradicato dalle sue radici e dai suoi valori tradizionali e cristiani. Le elites dominanti e gli intellettuali organici hanno considerato, perciò, il Sud-Italia e quindi anche la Sicilia un «blocco unitario di arretratezza economica e sociale»[1], solo per il fatto di essere resistente alle ideologie illuministiche e risorgimentali, ragion per cui, mentre la ricchezza del Sud veniva impiegata per risanare le casse sabaude[2], dei popoli del Meridione si diceva che «i beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile»[3]. Sia, dunque, per motivi economici che per motivi ideologici gli anni post-unitari furono decisamente sfavorevoli per le regioni del Sud e gli stessi siciliani – feriti da Casa Borbone che nel 1816 unì improvvidamente la realtà istituzionale del Regno di Napoli con il plurisecolare Regno di Sicilia – ebbero una sorte peggiore rispetto alle loro rivendicazioni autonomistiche sotto la nuova guida piemontese. È molto chiaro del resto, circa la situazione economica, quanto scrive Luigi Einaudi [1874 – 1961]: «Sì è vero che noi settentrionali abbiamo contribuito di meno ed abbiamo profittato di più delle spese fatte dallo stato italiano dopo la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale. Peccammo, è vero, di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio nazionale e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato nazionale. Noi riuscimmo così a fare affluire dal sud al nord una enorme quantità di ricchezza, nel momento appunto in cui la chiusura dei mercati esteri, conseguenza della nostra politica protezionista, impoveriva l’agricoltura, unica e progrediente industria del sud».

È il mare ancora il grande scenario – crudo e ricco di valori tradizionali – descritto da Giovanni Verga [1840 – 1922] ne I Malavoglia. Questo mare che non sempre è accogliente e che a volte si sente sfidato dalle tante figure di pescatori con le loro barche e i loro arnesi – spesso frutto del loro artigianato – che lo solcano e lo combattano alla ricerca di una ricca pescagione (dal tonno al pesce spada …)

Il mare, dunque, diventa segno del siciliano – anche di colui che, in passato, non lo ha mai visto perché è nato e ha finito i suoi giorni tra le valli del centro-Sicilia –  costituendo una identità aperta all’ospitalità  – così come i greci hanno insegnato e il cristianesimo ha potenziato – che ha un carattere imprescindibile, che si esprime nei confronti di tutti e che si ammanta a volte di un’antica ritualità – forse oggi non più ricondotta ad origine – ma che fa dell’ospite una presenza sacra. Una identità curiosa ed aperta, ma allo stesso tempo impermeabile ai venti delle mode passeggere ed ideologiche perché impiantata nel sano realismo di una storia che ha insegnato la virtù della pazienza e tanta prudenza quanto basta per non cadere preda dei nuovi affabulatori.

Daniele Fazio

[1] Cfr. AA.VV., 1861 – 2011. A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia. Quale identità?, a cura di F. Pappalardo – O. Sanguinetti, ed. Cantagalli, Genova 2011, p. 170.

[2] È bene – così velocemente – evidenziare – come ricorda un articolo di Morya Longo su Il Sole -24 Ore del 17 Marzo del 2011 che è stato «il Regno dei Savoia a portare nella nascente Italia la cultura del debito facile, della finanza allegra […] Si può trarre la conclusione che per il Regno di Sardegna la creazione di un’Italia Unita fosse anche un modo per aggiustare i conti»

[3] Carlo Luigi Farini, Lettera del 27.10.1869, in C. Benso di Cavour, Epistolario, vol. XVII (1860), a cura di C. Pischedda, e R. Roccia, tomo V (4-ottobre – 15 novembre), Olschki, Firenze 2005, pp. 2483.

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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