Il mare circonda e costituisce la Trinacria come isola. Tuttavia non è mai stato un fattore di isolamento, in quanto più che elemento di chiusura, il mare ha costituito e costituisce la grande via delle comunicazioni e dell’apertura. Il mare che avvolge la Sicilia è la via dei trasporti e del commercio, tant’è che offre al popolo siciliano una direttrice di movimento, anche terrestre, nell’Isola che è ricalcata – come è evidente – sia dalle antiche trazzere che dai luoghi marini corrono verso le montagne, disegnando ora una via delle marine ora una via delle montagne. Il mare più che elemento di separazione, di isolamento è stato elemento di incontro. La Sicilia – isola più grande del Mediterraneo e incastonata nel suo centro – non è, infatti, una terra isolata, bensì aperta quale crocevia tra Nord e Sud, tra Oriente e Occidente. È quel cuore del Mare nostrum, che ha fatto innamorare intellettuali, poeti, monarchi ed Imperatori; è quella terra acerba e primigenia, meta di viaggi intrapresi al fine di connettersi con quella culla della civiltà da cui germinò l’Europa. Al di là degli elementi antropologici e culturali legati alla presenza così importante di questo elemento in Sicilia, così per buona parte del Sud-Italia, il mare ha fatto sviluppare nel tempo importanti porti, punti di attracco e di partenza di importanti flotte marine che individuavano il Sud-Italia, alla vigilia dell’unificazione d’Italia, Regno delle Due Sicilie, come un luogo fondamentale per i commerci marini. Nel 1860, infatti, la flotta mercantile borbonica, seconda d’Europa dopo quella inglese, contava 9.848 bastimenti per 259.910 tonnellate di stazza, dei quali 17 piroscafi a vapore per 3.748 tonnellate, 23 barks per 10.413 tonnellate, 380 brigantini per 106.546 tonnellate, 211 brick schooners per 33.067 tonnellate, 6 navi per 2.432 tonnellate e moltissime imbarcazioni da pesca. All’indomani dell’invasione piemontese, l’industria e la cantieristica del Regno delle Due Sicilie vennero quasi praticamente smontate e smantellate:  si doveva estirpare alla radice quel temibile concorrente economico, che avrebbe raggiunto un primato anche sulla flotta inglese con l’apertura del vicino Canale di Suez. Ciò impensieriva i Sabaudi ma impensieriva molto anche il Regno di Sua Maestà britannica che non esitò ad incoraggiare, accompagnare e foraggiare il processo rivoluzionario che destabilizzò gli stati italiani con il paravento dell’unificazione politica della Penisola.

Sull’onda della storia, in uno schizzo di superficie, rispetto ai tre millenni che riguardano la cronologia dei popoli che hanno abitato l’Isola, ci accorgiamo che il mare fu la via di coloro che si sono succeduti, incontrati e scontrati nella nostra terra: gli antichi greci che hanno visto nella Sicilia una terra quasi sorella, certamente tra le perle di quella che fu la Magna Graecia; i fenici, mitici fondatori della città-porto antenata dell’odierna Palermo;  i romani che ne fecero granaio dell’Impero e mandarono in difesa del popolo siciliano, vessato dal corrotto Verre [Gaio Licino 120 c.C. – 43 a.C.], il grande oratore Cicerone [Marco Tullio 106 a.C. – 43 a.C.]; nell’apogeo dell’Impero, anche in Sicilia, giunse la nuova religione cristiana trasmessa direttamente dal più grande missionario di tutti i tempi, Paolo di Tarso, così come narrato dall’Autore degli Atti degli Apostoli: «approdammo a Siracusa dove restammo tre giorni e di qui, costeggiando giungemmo a Reggio»(At 28,12-13); dal mare si riversarono le orde barbariche di Vandali e Goti, combattuti e vinti dai Bizantini che fecero della Sicilia una regione importante dell’Impero Romano d’Oriente legata direttamente alla capitale Costantinpoli, fino ai giorni della decadenza sotto i colpi degli arabi, conquistatori che imposero agli abitanti o la conversione alla religione islamica o lo stato della dhimmitudine, ricacciando i cristiani “refrattari”, soprattutto nella Sicilia Orientale, nella Val Demone. Gli arabi, forse tra i primi, tuttavia, scoprirono l’importanza strategica dell’isola, rivendicandone per secoli l’appartenenza all’Islam e la sua essenza di giardino posto nel Mediterraneo; i Normanni che la riconquistarono e nel corso del tempo ne fecero un habitat fiorente, realizzando la cristianità, dapprima ferita, e concedendo uno dei primi parlamenti nella storia europea. Per questa via, secoli dopo, la Sicilia divenne il centro culturale ed amministrativo dell’Impero con il grande Federico II di Svevia [1194 – 1250], erede per parte di madre del Regno di Sicilia e Imperatore per eredità paterna del Sacro Romano Impero Germanico; e poi i travagliati anni degli angioini – il cui emblema è il Vespro Siciliano – che, a costo di gravi conflitti, cedettero il Regno agli aragonesi, facendo divenire l’Isola nuovamente terra di conquista; a seguire gli anni spagnoli di Carlo V [1500 – 1558] e dei suoi eredi, in cui la Sicilia diventa frontiera e «baluardo della cristianità»[1], crocevia, questa volta, di difesa del mondo cristiano, assediato dall’Islam. A Messina, la flotta che vinse la battaglia di Lepanto, nel 1571, guidata dal giovanissimo don Giovanni d’Austria [1547 – 1578], si diede appuntamento per la partenza e a Messina il Primo Novembre di quell’anno tornò vittoriosa, lasciando in città, per sei mesi di convalescenza, un soldato-scrittore che poi divenne famoso: Miguel Cervantes [1547 – 1616]; quindi la prima volta dei Savoia in Sicilia con Vittorio Amedeo II [1666 – 1732] e la sua politica di austerità e a seguire il quindicennio degli Asburgo d’Austria con il principe Don Carlos [Carlo Sebastiano di Borbone 1716 – 1788] e il regno di Casa Borbone fino all’Unità d’Italia, preparata dall’impresa dei Mille e completata con la «piemontizzazione» anche della Sicilia con grande apporto dell’Inghilterra; e infine l’ultimo sbarco: quello degli Alleati americani – presenza che tuttora nell’Isola è ineludibile – in quel Luglio del 1943 per l’inizio della campagna d’Italia e la fine della Seconda Guerra Mondiale (continua…)

Daniele Fazio

[1] Salvo Di Matteo, Storia della Sicilia. Dalla preistoria ai nostri giorni, ed. Arbor, Palermo 2007, p. 255.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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