È disponibile in dvd il film “Il figlio sospeso” del regista palermitano, Egidio Termine. La tematica trattata, in ambienti scenici del territorio della Città Metropolitana di Palermo, è quella attualissima della maternità surrogata.

Il film, approdato nei cinema nel Novembre dell’anno scorso, narra una storia e si compone soprattutto di un intreccio di relazioni. La gestante che man mano prende consapevolezza della sua maternità e che, per necessità ma con altrettanto dolore, dovrà dare ad altri il figlio appena nato; il figlio che, cresciuto, reclama “visceralmente” di poter conoscere le sue origini, che innanzitutto sono legate ad un patrimonio biologico; la madre “adottiva” che, per molto tempo, si è chiusa in un silenzio, essendo a conoscenza non solo della verità circa le origini biologiche del figlio, ma anche circa il suo padre biologico; lo stretto legame vissuto dal padre biologico con il figlio che sembra inquietare la madre “adottiva”; l’assenza del padre, che non sta semplicemente nel fatto che è morto, ma nella negazione volontaria di una “narrazione” da parte della madre “adottiva” a beneficio del figlio.

Il conflitto dei desideri, nonché la profonda fenomenologia del vissuto dei protagonisti rende interessante la trama da cui emerge non tanto un netto giudizio morale, ma l’invito alla riflessione. Se dovessimo pensare ad una cifra che condensi il film, questa non potrebbe essere che quella della “delicatezza”. Con delicatezza, il regista entra in una vicenda esistenziale in cui si indagano le emozioni, i desideri e le aspirazioni dell’uomo. Se il principio morale enunciato nella sua astrattezza può risultare “arido”, qua si vede in atto ed emerge dalle vicende che si chiarificano man mano che ci si approssima alla verità. La grande aspirazione naturale da parte di una famiglia ad avere dei figli s’infrange con il limite della realtà. Si può forzare, allora, la natura senza conseguenza alcuna? Sembra proprio di no, in quanto la risoluzione del problema – attraverso la pratica dell’utero in affitto – alla fine non risolve, ma amplifica i problemi.

La rinuncia post-moderna alla ricerca della verità e la conseguente imposizione del “nulla” non ha certamente migliorato le condizioni esistenziali del soggetto, nonostante il tentativo di convincere che la vita non abbia senso, l’uomo – diremmo geneticamente – è sempre alla ricerca della risposta alle grandi domande – non solute certamente dalla tecnoscienza – che lo riguardano: chi sono, da dove vengo, dove vado… e ciò a partire dalla conoscenza della verità su se stesso che intreccia biologia e spiritualità, corpo e anima, natura e cultura.
La faticosa conquista delle origini, nonché la necessaria pacificazione del cuore, a questo punto, nel film non possono che incontrare la verità – che non è semplicemente il prodotto dell’esplicitazione degli eventi prima negati e poi rivelati, ma passa attraverso il perdono, l’amore, l’incontro con il trascendente, perché – evangelicamente – è solo la verità che rende liberi.

Daniele Fazio

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