Del fascismo sono state dominanti principalmente interpretazioni ideologiche. La più diffusa a trazione marxista è sfociata nell’uso anche del termine, con i suoi derivati, quale etichetta infamante e delegittimante dell’avversario politico a prescindere dal legame o meno con il “fascismo storico”. Tale prassi ancora non è del tutto scomparsa, anzi spesso diventa polarizzante nei dibattiti elettorali. L’interpretazione meno diffusa, e in qualche modo frutto di reazione – a partire soprattutto dalla rivoluzione culturale del ’68 – alla prima ha marca neofascista. Anch’essa ideologica non giunge ad una comprensione seria del fenomeno del ventennio, ma vagheggia sovente miti e desideri postumi. E ciò è avvenuto e per certi versi avviene nonostante l’imponente, certosina e significativa ricerca condotta dallo storico Renzo De Felice (1929-1996). Un lavoro certamente sine ira ac studio che però non è riuscito a scalfire le suddette dominanti ideologiche, tanto che ci troviamo in una condizione in cui quando si parla di fascismo si indicano più proiezioni soggettivistiche che realtà storiche.

A distanza di cento anni dalla marcia su Roma (28 Ottobre 1922) – evento che ha inaugurato il fascismo come regime – lo storico Oscar Sanguinetti offre un testo agile e denso al tempo stesso – Fascismo e Rivoluzione. Appunti per una lettura conservatrice (ed. Cristianità) – che nutrito della lezione di De Felice si avvale soprattutto degli insegnamenti sul tale fenomeno storico di un maestro italiano del pensiero cattolico contro-rivoluzionario, Giovanni Cantoni (1938-2020).

Seguendo le dinamiche della storia che hanno visto mutare il fascismo da “movimento” a “regime”, e a “esperienza repubblicana” senza tralasciare la nascita del neofascismo nell’Italia repubblicana, Sanguinetti vuole «evidenziare il carattere strutturalmente nefasto che ogni soluzione di tipo fascista che si delinei all’orizzonte ha per la prospettiva conservatrice […]»(p.13). Infatti, il fascismo ha nelle proprie ascendenze il nazionalismo di marca rivoluzionaria, incarnato a partire dalla seconda fase della Rivoluzione francese e mantiene altresì una forte ossatura rivoluzionaria frutto di un brodo filosofico-ideologico che mescola – per citare i riferimenti più rappresentativi – l’irrazionalismo nietzscheano e l’attualismo gentiliano, il sindacalismo rivoluzionario di George Sorel (1847-1922) e le suggestioni letterario-politiche di Charles Péguy (1873-1914).

Nel contesto storico di crisi dell’Italia liberal-risorgimentale viene accettato quale alleato “necessario” nella lotta contro l’ascesa – soprattutto dopo la Rivoluzione comunista in Russia (1917) del social-comunismo internazionalista: sarà l’esperienza dello squadrismo e dei Fasci di Combattimento che andranno a “normalizzarsi” proprio nel momento in cui verrà fondato il Partito Nazionale Fascista (1921) e soprattutto nel momento in cui il Re Vittorio Emanuele III (1869-1947), qualche giorno dopo la marcia su Roma, nominerà l’ex socialista massimalista Benito Mussolini (1883-1945) capo del governo.

Inizierà così il ventennio che “costringerà” Mussolini a sfumare la carica rivoluzionaria di sinistra e inserire aspetti “più conservatori”. Nonostante la trasformazione in Dittatura o meglio ancora in uno Stato semi-totalitario, lo scampato pericolo del comunismo, nonché la “Conciliazione” con la Chiesa cattolica – dopo la ferita della Breccia di Porta Pia (1879) – inaugureranno per il fascismo gli anni di un massiccio consenso popolare soprattutto da parte di quelle fasce dell’ “Italia profonda” che erano state emarginate nonché perseguitate durante l’epopea risorgimentale e gli anni della “Destra” e della “Sinistra” storiche.

Sostanzialmente il fascismo presenta al suo interno tre anime: la più conservatrice e cospicua – al di là del consenso popolare non avrà mai alcuna leadership importante – mentre le altre due, rivoluzionarie ed elitarie – quella liberal-nazionalista e imperialista e quella del radicalismo rivoluzionario di sinistra – si assesteranno negli anni del regime tra interessi e centri di potere vedendo in Mussolini un punto di riferimento e unità.

Con l’alleanza con Adolf Hitler (1889-1945) e soprattutto con la delegittimazione di Benito Mussolini a capo del governo del 25 luglio 1943, a causa del disastro bellico, si aprirà l’ultima fase,  repubblicana e spiccatamente moderno-rivoluzionaria incarnata dalla Repubblica sociale di Salò, i cui aderenti sono stati protagonisti assieme alle ricostituite forze di resistenza antifascista a trazione comunista, di una vera e propria guerra civile il cui spettro si allunga, mutatis mutandis, anche negli anni del secondo dopo guerra e per tutta la cosiddetta «Prima Repubblica».

Per capire il miscuglio fascista – in cui sono presenti anche personaggi ad esordio del loro cursus  honorum poi diventati significativi e nel mondo comunista e in quello cattolico-democratico – sono particolarmente degni di nota gli approfondimenti che Oscar Sanguinetti dedica al rapporto con la Chiesa Cattolica e alle operazioni culturali orchestrate dal regime. Se da un lato, infatti, i Patti Lateranensi (1929) venivano a risolvere una ferita decennale tra Stato e Chiesa cattolica, dall’altro soprattutto il mondo cattolico, a favore di una stagione clerico-fascista, vedeva la sua vivacità sociale entrare duramente in conflitto con la pretesa egemonica culturale fascista che si arrogava, con il Ministero della Cultura popolare, ogni diritto all’educazione delle giovani generazioni. Di tale tensione ne è certamente esempio massimo l’enciclica di Pio XI (1922-1939), Non abbiamo bisogno.

Proprio l’8 Settembre 1943, le tre anime del fascismo italiano si scinderanno: «mentre la destra popolare rimaneva in gran parte oltre mare – nelle forze armate, abbandonate a se stesse, e in prigionia, prima alleata, poi anche quella tedesca – e restava, come sempre, priva di voce in capitolo, la destra dei notabili – sia quella di “slittamento”, sia quel mainstream dell’ establishment liberale affluito dopo il 1922 –, che era stata l’anima del regime, abbandonerà il Duce, puntando a tornare all’ovile della democrazia a fianco degli Alleati vittoriosi. Mussolini resterà così solo con la “sinistra” dell’ élite fascista e, pressato da Adolf Hitler, visibilmente a malincuore, dovrà animare l’avventura della Repubblica sociale Italiana (RSI), perendo con essa nella guerra» (pp. 99-100).

Il mondo variamente e dottrinalmente conservatore – secondo Saguinetti – è sostanzialmente uscito «con le ossa rotte» (p.124) dall’esperienza fascista ed è proprio in quest’ottica dunque che non è auspicabile oltreché erroneo – sia in relazione a letture storiche, sia in relazione a perfomance culturali e politiche presenti e future – che si individui nel fascismo, proprio da parte del mondo di destra e conservatore, un modello. L’autore invita «a non coltivare illusioni né in uomini forti, né in “uomini della Provvidenza”, bensì contare sulle proprie forze, attaccandosi ai veri autori e ai centri di elaborazione di una cultura contro-rivoluzionaria, che anch’essa non manca di bellezza e di splendore capaci di affascinare» (ibidem).

Daniele Fazio

Riferimento bibliografico: Oscar Sanguinetti, Fascismo e Rivoluzione. Appunti per una lettura conservatrice, ed. Cristianità. Piacenza 2022, pp. 136, € 10

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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