Tutto il mondo ce li invidia per la loro capacità di gestire le missioni di pace! Tutti gli italiani (perbene) vedendoli si sentono rincuorati e sicuri. Sono una forza armata dello stato italiano, idonei a difenderlo dalle minacce esterne in quanto militari e da quelle interne in quanto forza di polizia. I suoi militi, in forza del regolamento organico “anche quando non sono espressamente comandati di servizio, devono intervenire se avvengono infrazioni di legge, oppure l’opera loro sia richiesta dai pubblici ufficiali o anche dai privati….”, e sono sempre autorizzati a portare la loro arma personale, ovvero la pistola beretta. Hanno una presenza capillare nel territorio di circa 5000 stazioni, 600 comandi di compagnia, provinciali, regionali, 5 divisioni ed un numero immenso di attività specialistiche: scientifiche, naturalistiche, militari, poliziesche, amministrative, servizio di polizia giudiziaria nei tribunali, a tutela del patrimonio artistico, a protezione delle ambasciate italiane, a difesa della salute di cittadini. E poi ancora ci sono: un reggimento a cavallo ed unità cinofile, elicotteri, mezzi navali, corazzieri a guardia del capo dello Stato, il centro sportivo e la banda dell’Arma, una delle più famose al mondo. Tanto e tale è il loro prestigio che l’Arma merita il titolo di “Benemerita” sin dal lontano 24 giugno 1864.

Come si accumula un simile capitale di energie e di competenze nell’arco di 208 anni? Dovremmo forse chiederlo a coloro che indossando quella uniforme hanno dato la vita con onore. Dovremmo chiederlo al vicebrigadiere Salvo D’Acquisto, di cui è in corso la causa di beatificazione, che si accusò di un attentato da lui non commesso per salvare 22 civili che stavano per essere fucilati per rappresaglia. Dovremmo chiederlo al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che girava per Palermo senza scorta pur di ridare ai siciliani fiducia nelle istituzioni e che così veniva ucciso con la sua giovane consorte per mano mafiosa. C’è anche un’altra figura meno nota: Giovanni Battista Scapaccino, il primo decorato di medaglia d’oro al valor militare. A 32 anni nel 1834, circondato da una banda di mazziniani, preferì “farsi uccidere dai fuorusciti nelle mani dei quali era caduto piuttosto che gridare “viva la Repubblica”, cui volevano costringerlo, gridando invece “viva il Re”; come recita la motivazione. Tantissimi altri negli anni testimoniarono, in pace e in guerra, un coraggio indomito, una disciplina granitica ed una fedeltà assoluta alla patria ed al popolo italiano: dalle condizioni più dure di servizio fino all’estremo olocausto della vita.

In questo spirito di sacrificio, in questa dedizione senza limiti risiede il segreto dell’Arma. E ancora: compostezza, padronanza di sé, rispetto delle regole, buona educazione. Tali virtù formano caratteri temprati e sono presenti sin dalla fondazione. Esse, nel tempo del materialismo e del relativismo in cui siamo immersi, sono sempre più rare e controcorrente, ma nonostante ciò ancora apprezzate. Alla loro formazione non sarà certamente estranea la Virgo Fidelis, a cui l’Arma venne affidata da papa Pio XII nel 1949 e la cui celebrazione venne fissata il 21 novembre, giorno in cui, otto anni prima a Culqualber in Africa Orientale, un battaglione si era sacrificato per consentire la ritirata agli altri reparti italiani.

La vita nell’Arma può essere una valida palestra di virtù umane e cristiane.  «Santità significa, infatti, vivere pienamente le virtù evangeliche nelle concrete situazioni in cui ci si trova. La storia dell’Arma dei Carabinieri dimostra che si può raggiungere la vetta della santità nell’adempimento fedele e generoso dei doveri del proprio stato». (S. Giovanni Paolo II, Discorso ai Carabinieri, 26 febbraio 2001)

Un carabiniere non smette di essere tale né fuori servizio, né quando va in pensione. Egli come recita il motto è Nei secoli Fedele. “Fedeli a che cosa? Fedeli anzitutto alla Legge divina scritta nel cuore di ogni essere umano; e fedeli poi alle leggi che regolano la comunità nazionale. Fedeli, e quindi pronti a difenderle anche con la vita, come avete tante volte provato, per consentire a tutti di vivere nella giustizia e nella pace. Questa è la vostra esemplare tradizione, che ha sfidato il tempo e il succedersi di tante vicende storiche. E se questa è una fedeltà condivisa da tutti coloro che si sono impegnati nell’Arma con solenne giuramento, lo è ancor di più da quelli tra loro che sono credenti. Essi trovano il loro campo di impegno là dove la Provvidenza li ha posti, per ordinare e trasformare il mondo non secondo mode passeggere o interessi di parte, ma secondo gli eterni valori posti dal Creatore a fondamento della vita e della pace: la verità e la libertà, la solidarietà e la giustizia. Chi è fedele a Dio, lo è anche agli uomini” (San Giovanni Paolo II, Discorso ai carabinieri, 5 maggio 1988).

Diego Torre

Di Diego Torre

Sposato con 4 figli e 4 nipoti, dopo 25 anni vissuti nello scautismo cattolico, si è impegnato nella Milizia dell'Immacolata di cui è stato vice-presidente nazionale e presidente in Sicilia. Scrive su diversi periodici, ed ha al suo attivo le pubblicazioni “L’Immacolata e la storia” e ”Appunti di Dottrina Sociale della Chiesa” e i testi annuali di formazione della MI dal 2011 al 2022. E’ conduttore dal 2003 di una rubrica di “Radio Maria” ed è più volte presente a Radio Spazio Noi, dell'arcidiocesi di Palermo, e su emittenti radiofoniche e televisive siciliane, anche evangeliche-pentecostali. Ha organizzato dal 2004 al 2018 l’annuale marciaperlavita a Palermo, dando vita con altre associazioni al Forum “Vita Famiglia Educazione”, di cui è il Delegato.

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