Filippo d’Agira, o il siriaco, viene commemorato il 12 Maggio soprattutto nella Sicilia Centro-Orientale: da Messina a Rodì Milici, da Limina a Calatabiano, a Chiaramonte Gulfi e ovviamente ad Agira, in provincia di Enna.

Il suo antico culto ha dato vita nel tempo non solo a feste religiose, tuttora attive, ma anche a luoghi ed effigi che ne ricordano il passaggio, la missione e l’accoglienza che il popolo siciliano ebbe di questo personaggio venuto dalla sponda orientale del Mediterraneo.

Nella sua santità – tra le tante virtù e soprattutto la sua opera taumaturgica ed esorcistica spiccatamente evocata – emergono due aspetti profondamente e pienamente umani che vale la pena sottolineare.

Il primo è la virilità. Nei tempi difficili di fine IV secolo, decise di seguire senza esitazione il Maestro nella Chiesa di Roma, senza deviare nelle dottrine eretiche che imperversavano in Oriente, per questo, dalla Tracia, si trasferì a Roma, dove venne ordinato sacerdote e da lì inviato in Sicilia per liberarla dal paganesimo e dal dominio del demonio. La sua raffigurazione, in alcuni luoghi, con la pelle nera non deriva tanto dai suoi tratti somatici, che in quanto siriano non sarebbe azzeccata, ma proprio da queste lotte furibonde che intrattenne con il demonio che andava a ricacciare fino all’inferno, luogo in cui ardono demoni e dannati. Da qui anche la denominazione – per distinguerlo da altri santi con lo stesso nome – di san Filippo u’niuru, ossia il nero.

Stabilitosi definitivamente ad Agira, ove sorge un imponente abbazia nella cui cripta si trovano le sue reliquie, la sua fama in vita e soprattutto dopo la morte crebbe esponenzialmente, radunando quanti volevano conoscere la fede cristiana o erano vessati dal maligno per essere liberati. Insomma, Filippo d’Agira – per usare termini contemporanei ci appare come un possente antirelativista, che sa cosa è il bene e cosa è il male e consacra tutta la sua vita al primo cercando in tutti i modi di neutralizzare gli effetti del secondo per sè e per gli altri.

É così un esempio di politically incorrect per la nostra società liquida e anche per certe prassi ecclesiali. Ma é proprio ciò che lo rende attuale ed importante esempio perché sorgano uomini virili, veri lottatori spirituali e culturali, che sottraggano dalle grinfie del male se stessi, il prossimo, la società e anche la chiesa.

L’altro aspetto è la coltivazione di una vera amicizia. Egli la visse forte, constante, ferma nell’ideale umano e religioso con il monaco Eusebio, che ne divenne il suo primo biografo e che lo seguì sin dalla Siria. Studi recenti hanno, altresì, accertato come per la storiografia “scientifica” la versione della vita scritta dall’amico sia la più attendibile, rispetto ad un’altra versione che lo situa nel I secolo ed ordinato sacerdote da san Pietro. Questa ultima è un rifacimento del XV secolo che ne retrodata erroneamente la data, forse a volerne rimarcare il legame diretto con il primo capo della Chiesa. Ma certamente non è questo che ne sminuirebbe, non essendoci, la statura umana e la santità.

Dicevamo l’amicizia. Filippo ha trovato, in questa immane missione affidategli, un sostegno anche umano, perché da soli – per quanto forti – si è sempre vulnerabili e anche perché, per quanto virtuosi si possa essere, l’uomo è fatto per stare con gli altri e per sperimentare il culmine dell’amicizia stessa che è la condivisione – secondo Aristotele – delle virtù. E Filippo ed Eusebio non solo suggellarono il loro sodalizio su virtù umane, ma su quel legame di fede che li rendeva diversi e allo stesso tempo in intima comunione di fede.

Filippo rientra, altresì, in quella lunga schiera di uomini e donne che hanno vissuto l’unità della Chiesa, ancor prima dello scisma d’Oriente, ragion per cui è l’uomo dell’unità tra Occidente e Oriente, colui che ci richiama alla rinnovata amicizia basata sulla medesima fede e quindi su culture per quanto diverse assolutamente compatibili, perché si riconoscono reciprocamente scaturite da un denominatore comune. Egli ci permette di ricordare e riconoscere la ricchezza di una unità che da millenni abbiamo perso, e che rappresenta altresì un valore fondamentale soprattutto in tempi di guerra, come i nostri. Un valore da evocare, ma soprattutto da vivere.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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