dabiqUn grido: «Allah è grande» e a seguire una carneficina. Questo accade ancora una volta sul territorio europeo il 13 Novembre scorso in quello che è stato definito l’ «11 settembre della Francia» . Superano il centinaio le vittime, e altrettanti sono i feriti, dei diversi e simultanei attentati di Parigi prontamente rivendicati dall’Isis che ora promette come prossimo obiettivo Roma.

Non c’è ombra di dubbio che quando un popolo viene attaccato lo Stato ha il diritto di difendere i propri cittadini e che dunque la risposta militare nell’immediato, valutate le varie problematiche, può essere la prima cosa da mettere in campo, ma il problema del terrorismo islamico non si risolve semplicemente nell’immediato e non può essere disinnescato semplicemente con una guerra difensiva.

Ora se è vero che non tutti gli islamici sono fondamentalisti e a rigore non tutti i fondamentalisti di per sé ricorrono alla violenza e soprattutto al suicidio-martirio è pur vero che v’è una nicchia – più o meno ampia – di ultrafondamentalisti che persegue tramite la violenza fini che si vogliono esplicitamente religiosi. Non si può, allora, continuare a pensare che questi fenomeni non c’entrano con la storia dell’Islam, per cui sia i musulmani che i non musulmani devono fare i conti con questa realtà.

Il nocciolo del problema del fondamentalismo islamico è il rapporto confuso e con blandi confini tra religione e cultura e specificamente tra religione e politica, che nelle cerchie ultra-fondamentaliste viene quasi completamente sottoposto ad un processo di identificazione. A monte ci sta un disequilibrio certamente tra la fede e la ragione, per cui l’unica lettura possibile del testo sacro è semplicemente quella di carattere letterale. Ed è proprio su questa scia che altre tipologie di Islam come quello cosiddetto «conservatore» o «moderato» trovano difficoltà a rintracciare una legittimità unanimemente riconosciuta.

Isolare la spirale mortifera dell’ultrafondamentalismo islamico – per quanto complessa è questa realtà – implica per prima cosa la necessità che il mondo islamico che non si riconosce nelle pratiche terroristiche condanni esplicitamente e senza riserve questo fenomeno.

Tuttavia, è proprio su questa condanna che l’Islam in genere ha difficoltà ad esprimersi. Nel suo ultimo libro Il fondamentalismo dalle origini all’Isis (ed. Sugarco 2015), il sociologo delle religioni Massimo Introvigne scrive: «molti musulmani che non sono terroristi, e a rigore neppure “fondamentalisti”, hanno […] difficoltà a condannare i terroristi suicidi dell’ultra-fondamentalismo». Il test per capire davanti a quale gruppo islamico ci si trova è proprio conseguente e sta nella capacità di prendere le distanze e condannare – continua Introvigne – «senza se e senza ma, senza fini che giustificano i mezzi, senza giustificazione e non solo senza apologia il terrorismo suicida e la violenza contro le minoranze religiose come mezzo di lotta».

Solo con chi è disposto a questa condanna potrà iniziare un dialogo – certo non facile – ma possibile alla ricerca di uno sfondo critico con cui analizzare sia le discriminazioni interne al mondo musulmano a danno delle minoranze religiose, sia sull’isolamento degli ultrafondamentalisti e del terrorismo di matrice islamica.

Se nell’islam è difficile trovare interlocutori è altrettanto problematico capire se l’Occidente, ormai nichilista, che si volge verso espressioni di fondamentalismo laicista e che ha favorito in passato anche in contesti a maggioranza islamica espressioni di governo laico, possa intraprendere questo dialogo.

Ciò che dovrebbe risultare chiaro, ma che si fatica ad accettare, è che il terrorismo islamico non si vince mettendo in campo una economia di guerra alle religioni da parte degli Stati laicisti, né tanto meno si può risolvere il problema fermandoci all’ondata emozionalista del momento o peggio ancora ricorrendo a dietrologie ideologiche terzomondiste ed anticolonialiste.

Benedetto XVI, nella famosa Lectio magistralis tenuta a Ratisbona nel 2006, aveva posto le basi per superare questo doppio problema. Certo non era un discorso sui rapporti tra l’Islam e il Cristianesimo o il mondo occidentale, ma era incentrato sul plesso fede-ragione che è proprio centrale per sciogliere gli esiti violenti delle religioni da un lato e per evitare il fondamentalismo laicista dall’altro.

Risultava tangenzialmente così che si era mosso – incompreso e attaccato dal laicismo europeo ed occidentale – alla ricerca di interlocutori che potessero condividere quanto meno l’assunto secondo cui «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio» e che, dunque, la violenza deve essere considerata come estranea alla religione. Sullo sfondo vi era il dialogo tra l’Imperatore Manuele II Paleologo e un colto persiano avvenuto ad Ankara nel 1391.

Proprio sul tema del rapporto tra religione e violenza il dialogo del Paleologo registra dei passaggi bruschi – più o meno tipici – di chi impugna l’arma del ragionamento e della critica, la sola che tuttavia – nella misura in cui si trovi l’interlocutore – può condurci lontano dalla violenza del terrorismo.

Daniele Fazio

 

 

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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