Mentre si diffondeva nel mondo tardoantico pagano la nuova mentalità introdotta dal cristianesimo nascevano esperienze di sempre più attenzione e dedizione alle fasce della popolazione fragili e povere. Sin dal I secolo, sono tanti i nomi di donne che si possono annoverare come figure che rendono concreto l’amore per il prossimo impegnando i loro averi, ma soprattutto la loro vita al servizio, ad esempio, degli ammalati. Ciò non semplicemente attraverso, appunto, episodi di aiuto sporadico e distaccato ma con un’azione specifica ed organizzata tesa a lenire le sofferenze del prossimo.

Nel Quarto secolo, spicca la figura di Fabiola. È una nobildonna romana, appartenente alla potente gens Fabia, con due matrimoni infelici alle spalle, si converte al cristianesimo e incontra la guida spirituale in san Girolamo, grazie al quale noi ne abbiamo conoscenza. Infatti, lo studioso latino delle Sacre Scritture nella Lettera 77 inviata al parente Oceano, descrive la vita e l’attività di questa straordinaria donna, che ebbe il merito di fondare il primo ospedale a Roma nel 390.

Dalla Lettera emerge che Fabiola aprì la propria casa a poveri e ammalati e personalmente si dedicava – con gli strumenti e le conoscenze del tempo – a dare sollievo alle loro sofferenze. Ecco quanto dice Girolamo: «So che esistono molti uomini che non riescono a superare la loro naturale ripugnanza per simili spettacoli e compiono la loro opera di amore attraverso gli altri; essi danno denaro anziché adoperarsi di persona. Pur non condannandoli, devo dire che – anche se avessi cento lingue – non sarei in grado di contare tutti i pazienti che hanno avuto cure e assistenza da Fabiola […] prestando loro le attenzioni di una vera infermiera. Quante volte ha lavato il pus da piaghe che altri non riuscivano neanche a guardare! Nutriva i pazienti con le sue stesse mani e, anche quando una persona non era altro che un povero corpo scosso da respiro, lei ne rinfrescava le labbra con alcune gocce d’acqua».

Quando Fabiola morì i suoi funerali videro la partecipazione di un’imponente folla di uomini e donne che ne avevano stimato la dedizione e che erano stati anche oggetto delle sue cure. Una tale azione era stata svolta in assoluta gratuità e con uno spirito di assoluto volontario.

Non vi era alcuno Stato a sostenere questo impegno sanitario, ma semplicemente l’adesione viva e operosa alla fede in Gesù Cristo, che andava a rinnovare molti ambiti, a cominciare da una maggiore e fondamentale attenzione verso il povero e l’ammalato. Una storia della carità – come Francesco Agnoli sottolinea in un volume che ne ripercorre le tappe salienti dai primi secoli del cristianesimo all’età contemporanea – che unisce la vera liberazione delle donne dalla misoginia delle civiltà antiche e attenzione agli ultimi. Esse venivano addirittura chiamate diaconesse (non nel senso sacramentale, ma per sottolineare la loro importante attività di servizio)

Fabiola – e tante altre donne – non vanno certamente dimenticate non solo per valorizzarne l’esempio, ma anche per sottolineare quanto sia importante conoscere le vicende storiche per non cadere nei tranelli ideologici di chi vuole cancellare secoli di storia e cultura per sostituirli con proposte alquanto discutibili: le radici sono fondamentali perché da esse si trae la linfa per crescere. È certo che senza radici presto si giunge all’inedia e non alla realizzazione.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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