rotoli-leggeIl “Greco” e l’ “Ebraico” costituiscono le componenti fondamentali di quel continente culturale che è l’Europa. E, tuttavia, il greco e l’ebraico si miscelano grazie a due elementi che costituiscono quell’humus, o quel denominatore comune, che ha operato una straordinaria sintesi e che si rintraccia dapprima nella romanità e successivamente nel cristianesimo.

Se, infatti, di radici ebraiche dell’Europa è doveroso parlare, è altresì necessario vederne i contorni e rintracciarne le modalità. Non si tratta tanto di discutere in positivo circa la grande mediazione dei testi antichi all’Europa medievale del XII e XIII secolo, soprattutto attraverso vere e proprie equipe di traduttori, dirette proprio da intellettuali ebrei, né tantomeno di esaminare quanto l’ebraismo – peraltro invisibile – di pensatori con origini ebraiche, ma non religiosi, tra cui Marx, Einstein, Kafka, abbia influito sull’Europa moderna e contemporanea, che tra l’altro già al tempo era culturalmente formata. Non si tratta neanche, altresì, di discutere in negativo di quel filo che potrebbe legare o meno – ancora gli studiosi disputano sul punto – l’antigiudaismo di marca cristiana, che certo ebbe effetti giuridici, alla soluzione finale hitleriana. Sono questi certamente elementi che fanno parte, significativamente, della storia dell’Europa, ma che non servono a far comprendere il nodo delle radici ebraiche.

Per rintracciarle, dunque, occorre risalire a quell’esperienza originaria dell’antico Israele. In esso sta il nucleo fondamentale del contributo che l’ebraismo ha apportato alla nascita dell’Europa. Tale è mediato dal cristianesimo che ha conservato – sul come non ci soffermiamo perché non è compito di questo breve articolo – l’essenza della religione ebraica con le sue conseguenze culturali. Gesù stesso aveva chiaramente detto che non era venuto a cancellare, ma a completare (cfr. Mt 5,17).

Se l’organo di senso predominante del filosofo greco è l’occhio, grazie al quale vede e può strutturare una visione intellettuale, l’organo di senso principale del pio israelita è l’orecchio, grazie al quale ascolta. Ma cosa deve ascoltare? Deve porgere l’orecchio ad una voce che lo chiama e lo invita a percorrere un cammino, ad iniziare una storia di elezione, basata su una promessa cui essere fedele. Tante volte ritorna nel testo biblico questo invito: «Ascolta Israele!». Ed è proprio così che ogni giorno inizia e finisce la preghiera dell’ebreo.

Chi è che chiama? È un Dio che vuole un rapporto personale con il popolo, che dà prova della sua dedizione, che in una sola parola si rivela e propone un patto, un’alleanza. Come l’uomo deve rispondere? Attraverso l’azione e l’ascolto. Il popolo ebraico, peregrinante nel Deserto, alla presentazione della Legge data da Dio a Mosè così risponde: «noi lo ascolteremo e lo faremo» (Dt 5,27).

Quell’orizzonte culturale nato dall’incontro di un popolo con Dio, tramite la successiva mediazione del cristianesimo – che, da parte sua, ha sempre esorcizzato sin dall’antichità la tentazione a tagliare i legami con l’Antico Testamento e quindi con l’ebraismo – ha così donato alla cultura europea degli importanti assi simbolico – culturali che la differenziano dalle altre civiltà. Tra i più importanti: la visione della supremazia dell’uomo sul creato, a cui questo è stato finalizzato, non solo nell’ottica del dominio, ma anche nell’ottica della custodia, il principio della sacralità della vita umana, l’idea secondo cui la relazione con Dio si esplica soprattutto in ambito morale, come risposta al suo amore e l’idea del tempo – non ciclica – ma lineare che ha inizio nella creazione ed avrà una fine.

Appare palese, anche in questo contesto, che le sponde del Mediterraneo sono il luogo storico dove è venuta ad emergere, pur tra scontri e contraddizioni, un’intima vocazione culturale all’incontro, al confronto, al dialogo, alla sintesi, che ha portato al fiorire della nostra civiltà.

Daniele Fazio

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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