L’imperatore bizantino Leone III, nel 730, avviò una politica avversa al culto delle immagini. Tale decisione probabilmente fu anche frutto dell’influenza della civiltà islamica che pressava ai confini dell’Impero e accusava i cristiani di idolatria e paganesimo in quanto rendevano culto alle immagini.

Nel mondo cristiano, sia occidentale che orientale, il culto delle immagini si era man mano diffuso, diversamente che nell’ebraismo, con motivazioni teologiche e anche catechistiche. Ossia i cristiani fondavano la legittimità delle immagini, che raffiguravano soprattutto Cristo, con l’incarnazione e volevano sopperire all’ignoranza religiosa degli strati analfabeti dei fedeli attraverso appunto la rappresentazione dei racconti biblici.

Comunque, la decisione di Leone III e dei suoi successori scatenò una lotta consistente che portò alla distruzione di numerose icone e alla contrapposizione, spesso violenta, non solo a Bisanzio, ma anche in Grecia e in Italia tra iconoclasti e iconofili.

La prima fase dell’iconoclasmo si concluse con il Secondo Concilio di Nicea (787) richiesto dall’imperatrice Irene a papa Adriano I. La preparazione remota di tale assise prevedeva un rinnovato dialogo tra il papato e l’impero bizantino e le trattative furono affidate ad un tale di nome Epifanio, diacono catanese. Egli emerge, quindi, innanzitutto come intermediario e come uomo di fiducia dell’imperatrice assieme al suo vescovo Teodoro. Tramite loro giungerà nelle mani di Adriano I l’invito ufficiale a partecipare al Concilio.

Epifanio è uomo di profonda cultura e conoscitore non solo della Sacra Scrittura e della teologia prodotta dai Padri della Chiesa, ma anche dell’arte della retorica, fondamentale per argomentare e confutare con eleganza le tesi avverse.

In Sicilia, sostanzialmente, visse all’interno di un contesto religioso in cui nei decenni precedenti i vescovi rifiutarono l’iconoclastia e quindi per queste sue capacità si ritrovò anche all’interno delle sessioni conciliari. Ed è proprio a lui che viene affidato, in uno degli ultimi giorni del Concilio, il Logos enkomiastistikòs, ossia il discorso celebrativo che rappresenta uno dei brani più significativi dell’arte retorica dell’VIII secolo.

Non si tratta, quindi, affatto di un ruolo marginale, ma di un importante riconoscimento sia verso quest’uomo per le sue ampie doti teologiche e retoriche, sia verso l’ambiente da cui esso proveniva, che si era dimostrato nel tempo fieramente iconofilo. Nel Discorso, senza deludere le attese, Epifanio con maestria intreccia motivazioni logiche e religiose, al tempo stesso, per cui l’avversione verso le icone è illegittima e quindi viene condannata, differenziando peraltro le nozioni di venerazione e adorazione. Il Discorso è altresì importante perché esorta i vescovi ad un nuovo corso e ad unirsi al Patriarca di Costantinopoli Tarasio, esempio per tutti di fede ortodossa.

Nulla di più si sa di questo diacono catanese, cresciuto e formato nella Sicilia bizantina, e oggi sostanzialmente sconosciuto, ma ci piace riflettere, senza timore d’essere smentiti, che è anche grazie a lui se possiamo godere dell’immenso patrimonio d’arte cristiana, ammirato da tutto il mondo. Possiamo ben dire che senza Epifanio probabilmente non ci sarebbe stata l’Ultima Cena di Leonardo, la Pietà di Michelangelo o ancor prima il Crocifisso di Giotto. Ma anche i destini dell’arte profana sicuramente sarebbero stati diversi, vigente il divieto verso la rappresentazione di figure, come avviene ad esempio nell’Islam.

Non sappiamo altro di Epifanio, e tuttavia ciò basta per recuperare la piccola luce della sua attività nel chiaroscuro dell’VIII secolo: un diacono protagonista della prima fase della crisi iconoclasta e quindi coraggioso apologeta dell’arte.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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