«A chi non ci fosse avvezzo la solitudine del corso Garibaldi avrebbe incusso un misterioso sgomento. Altre volte, in tempo di villeggiatura o di festa, ce n’era stata una simile; ma ora sembrava avesse qualcosa di consapevole; che vi gravitasse un’aria di colera, micidiale, oppressiva; che gli edifizi avessero una tinta cianotica e ripercorressero i passi dell’unico viandante con echi da funerale […]».

Tristemente attuale è questa descrizione di una Messina desolata, nelle parole dello scrittore messinese Edoardo Giacomo Boner che ha ambientato uno dei suoi Racconti peloritani, intitolato Croce d’oro, proprio durante il colera che nel 1887 colpì la città. Lo scrittore, che era stato testimone dell’epidemia, nell’artificio letterario e nel tracciare le figure dei protagonisti, evidenziava alcuni tratti della natura umana che emergevano nel momento in cui una vitale e operosa comunità veniva tragicamente colpita. Non numeri, ma singole storie personali, tutte diverse una dall’altra e tutte degne di essere vissute. Storie che si intrecciavano e si fondevano tra loro, in modo non ordinario e imprevedibile. Subendo la forza di un male oscuro che repentinamente cancellava non solo la quotidianità, ma vite, uomini e storie personali.

Il racconto letterario, sebbene frutto della fantasia dello scrittore, ci ricorda che la storia è fatta anche di emozioni e di elementi non misurabili scientificamente, con tutto quello che ne consegue, perché è storia di uomini, in carne e anima. Uscendo quindi da una prospettiva che a distanza temporale guardi esclusivamente alla razionalità del nesso causa-effetto, che misuri le conseguenze di un’epidemia in campo demografico o economico; superando l’analisi delle statistiche proviamo a leggere la storia oltre i numeri, anche attraverso i fatti che invece sono riconducibili a motivazioni profonde, alcune razionali, altre emozionali, altre ancora irrazionali, della vita degli uomini, che in fondo di quella storia sono stati i protagonisti.

In questa ottica, se storicamente le epidemie non sempre sono comparabili tra di loro, lo sono però in una certa misura i comportamenti umani. Osserviamoli quindi, parlandone in termini generali nel tentativo di comprendere quanto stiamo vivendo nella nostra attualità.

La malattia con la sua forza prorompente nel decorso, causata da un male che non si conosce e che si prova in ogni modo ad arginare, provoca sofferenza fisica e morte. Perdere subito, senza preparazione, la vita, e quindi tutto ciò che si è e si ha in questo mondo, è la prima paura. Paura della sofferenza, paura della morte, paura di perdere le persone care, paura di lasciare i propri affetti senza protezione, paura di perdere il proprio sostentamento. La paura del contagio, che rappresenta anche una prima morte, quella sociale, che provoca l’isolamento da tutti e dagli affetti.

La paura può portare a reagire in diversi modi, anche irrazionali. Il mondo delle emozioni è complesso e i meccanismi di autodifesa possono anche apparire in contraddizione con le conoscenze scientifiche della propria epoca, con le norme dettate dal contesto culturale e dal buonsenso. La paura scatena quindi accuse, si cerca di trovare dei colpevoli, si inventano complotti e false notizie, si addita qualcuno per aver organizzato tutto a tavolino, si accusa qualcun altro di essere un untore, si ampliano quindi le reazioni irrazionali, in taluni casi degenerando in violenza e in isteria collettiva.

Ma esistono anche risposte alla paura che potremmo definire razionali. La solidarietà, sia verso le persone più vicine legate da sentimenti d’amore e di affetto, sia verso la totalità del corpo sociale. Aiuti di ogni tipo che nascono dalla consapevolezza del riconoscimento del valore della dignità umana. Comportamenti spontanei, non ordinati da un potere superiore, che ci sono stati in ogni epoca attraverso l’organizzazione di confraternite, società, raccolte fondi, che ricordano come nessun uomo sia un’isola, e che i bisogni cui bisogna far fronte in situazioni del genere siano molteplici, materiali e spirituali.

Proprio il versante spirituale è stato quello maggiormente coinvolto durante le epidemie della storia. In ogni epoca, assottigliandosi il confine tra vita e morte, è venuta fuori l’esigenza di affrontare singolarmente e comunitariamente il problema della sofferenza terrena e della vita eterna. La fede è stata sempre presente nel superare le epidemie, con comportamenti che oggi al tempo della tecnocrazia possono sembrare irrazionali, come la richiesta di interventi del soprannaturale o atti di penitenza collettivi. Il bisogno primario di affrontare la malattia, la sofferenza e la morte con l’aiuto della fede è forse il punto di maggiore distanza tra passato e presente, almeno in apparenza. In un mondo secolarizzato, ma tendente per alcuni versi a superare il secolarismo, per esempio, la Conferenza Episcopale Italiana ha accettato le direttive del Governo che vietava le cerimonie religiose. Così i fedeli, nel momento di maggiore bisogno spirituale si sono ritrovati senza messe e funerali, in una condizione che in passato era considerata come una punizione ecclesiastica (interdetto) e non come un gesto d’aiuto. L’isolamento spirituale di una fede rinchiusa alla dimensione privata, così come il secolarismo ha imposto, è superato parzialmente dalle messe celebrate in forma private ma diffuse in rete in comunione spirituale con i fedeli, o le recite della preghiera del rosario organizzate in streaming sui principali social network. Ma l’evidenza di un potere statale che vieta le celebrazioni religiose prima ancora di chiudere i centri commerciali, rappresenta in un momento così critico il cambiamento più evidente rispetto alle altre epidemie della storia dell’Occidente.

Ma anche qui la situazione è più complessa di quello che sembra, se i vescovi hanno a malincuore accettato di vietare le cerimonie pubbliche, se per cause di forza maggiore è stata limitata quindi la libertà di culto, sono invece alcuni sindaci, tra questi anche quelli di Venezia e di Siena, che nella loro veste istituzionale e pubblicamente hanno consacrato le comunità che rappresentano, chiedendo la protezione, a Dio, alla Madonna o ai santi. Sembra esserci un ritorno, seppur oggettivamente parziale e minoritario, alla dimensione pubblica della fede, intesa anche in senso comunitario, quasi tipica di altre epoche storiche. Certo lo strappo plurisecolare avvenuto in occidente con il processo di scristianizzazione non può dirsi ricucito con un gesto, né tantomeno il processo può dirsi invertito nella sua tendenza. Occorre piuttosto riflettere sul compimento imperfetto del processo di secolarizzazione, che da un punto di vista qualitativo ha avuto successo, arrivando a plasmare le istituzioni statali, il diritto, la cultura dominante, ridimensionando le istituzioni ecclesiastiche; dall’altro il fallimento potrebbe essere inteso da un punto di vista quantitativo perché nella quantità di una società individualizzata e scristianizzata emerge il bisogno spirituale dell’uomo contemporaneo che si rende conto di aver bisogno anche degli altri uomini e quindi di vivere in una comunità. Questi bisogni dello spirito diventano ancora più vistosi durante le epidemie, quando la scienza e la tecnica, che si candidavano ad essere le nuove divinità, mostrano in modo evidentissimo tutti i propri limiti.

Antonino Teramo

 

 

 

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