A quanto pare nella mitologia greca Enea è un eroe sostanzialmente minore. Compare nella guerra di Troia ed è imparentato con Re Priamo, in campo troiano, per coraggio, è secondo solo ad Ettore e il suo profilo non ha a che fare con i lunatici, litigiosi e capricciosi eroi achei.

Pur non essendo figura centrale nell’Iliade omerica, si preannuncia però un suo grande destino. A partire da questo input, le sue vicende sono immaginate dal poeta latino Virgilio che nel suo principale poema, anche se incompiuto, lo fa diventare il primordiale antenato dei romani, dando così alle stirpi latine un’origine nobilissima ed eroica.

L’Eneide, opera in versi, pensata da Virgilio, forse su richiesta dell’imperatore Ottaviano Augusto e a lui dedicata, narra proprio di questo eroe coinvolto nelle vicende di Troia e che nonostante i suoi sforzi per non far cadere la città – dopo l’inganno del cavallo – non può far altro che lasciarla nelle mani nemiche e sommersa dalle fiamme.

L’Eneide è composta da dodici libri, ma già nel secondo viene tratteggiato il profilo del suo protagonista: egli è colui che è obbediente agli dèi, rispettoso delle tradizioni e della famiglia, infatti non lascia Troia se prima non ha messo in salvo i Penati, ossia i suoi Numi tutelari, non senza aver convinto il padre Anchise a seguirlo, padre anziano che Enea si carica sulle spalle e salvando il figlioletto Ascanio (Iulo) tenendolo per mano e la moglie Creusa, che morirà, però, prima della partenza, lasciando sgomento Enea, ma incoraggiandolo alla futura missione.

Da lì, l’eroe inizierà il suo periglioso viaggio verso le sponde italiche giungendo proprio nel Lazio, dove sono stati scoperti resti archeologici che ne testimoniano l’antico culto. Dunque, Virgilio stesso non inventa radicalmente questo mito, ma probabilmente si basa su una credenza radicata nelle genti latine e forgiando l’Eneide mescola storia e mito, ma dà anche una chiara indicazione etico-politica al nuovo principe.

Le suddette azioni, infatti, fanno sì che Enea – mentre altri eroi assumono epiteti riguardanti la loro prestanza fisica o la loro furbizia (si pensi ad Achille piè veloce o ad Ulisse l’astuto o dal multiforme ingegno) – sia definito insigne per pietà. Ma cosa è la pietas per i romani? È la giustizia che l’uomo è chiamato a rendere sia agli dei che agli uomini a partire dalla propria famiglia, quindi dai propri genitori. La pietas, dunque, deve caratterizzare gli imperatori (Tiberio addirittura fa costruire un’ara dedicata ad essa, quindi divinizzandola, e fa coniare una moneta con la scritta Pietas Augusta), mentre per le legioni essa sta a significare la fedeltà e l’attaccamento all’imperatore.

Augusto e i suoi successori nell’opera di riorganizzazione della società romana non devono far altro che coltivare la pietas, tant’è che possiamo spingerci a pensare che il poema virgiliano ha proprio come protagonista tale virtù.

Enea, dunque, è figura emblematica che va oltre il mito ed in relazione alla fondazione di una città, ossia allo stare assieme civilmente tra uomini, ne determina i tratti imprescindibili: l’importanza della famiglia, della religione e della patria stessa. Egli è l’uomo che sente vivi tali valori e se li carica come un dovere, ma ancora di più come un segno che particolarmente lo contraddistingue tanto da farlo diventare riferimento imprescindibile nella visione romana imperiale, ma al di là di Roma, Enea è il simbolo di un Occidente che ha creduto in tali valori, facendoli diventare ossatura della propria identità.

Oggi questi valori restano sullo sfondo e mentre si discute, anche aggressivamente, sulla cancellazione del passato, è legittimo interrogarsi su cosa sostituirà o con cosa si vuol sostituire il pio Enea, cioè colui che è stato capace di rispettare la tradizione e allo stesso tempo di trapiantarla in un altro luogo? Ossia se togliamo la famiglia, la religione, l’amore per la comunità in cui si vive siamo sicuri che le performance degli uomini saranno migliori rispetto a quelle delle generazioni che ci hanno preceduto?

Ma soprattutto, al di là dei risultati concreti, se la bussola dei principi cardine di una società permane c’è la speranza che qualcuno possa pure seguirla per orientarsi, ma se essa viene calpestata e demonizzata, seriemente c’è il rischio che a sostituirla sia la legge della giungla, certamente in salsa politically correct.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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