«E in la sua volontade è nostra pace:
ella è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella cria e che natura face»

(Paradiso, c. III vv. 85-87)

Muovendo i primi passi nel giardino felice, nel Paradiso, Dante nel Primo Cielo, quello della Luna, incontra gli spiriti difettivi, ossia coloro che hanno il grado più basso di beatitudine. Essi ondeggiano come trasfigurati da luce e accendono il desiderio in Dante di conoscerli e sapere qualcosa della loro condizione.

In risposta a questo desiderio – per bocca di Beatrice – si apprende che gli stessi spiriti sono desiderosi di parlare con il viandante dei regni ultraterreni, in modo tale che lui possa conoscere le loro vicende ed essere aiutato a compiere, tramite il loro esempio, il cammino verso la meta ultima.

Tra queste s’avanza un’anima, che Dante non conosce a prima vista, in quanto trasfigurata dalla luce della beatitudine. È Piccarda Donati. Una pia giovane fiorentina, consacratasi a Dio in un monastero e strappata da lì, per ragioni politiche, dal fratello Corso e data in sposa a Rosselino della Tosa, violento esponente della fazione dei Guelfi neri. Si narra che Piccarda – conosciuta e stimata in vita per le sue virtù dallo stesso Dante – tolta dal suo habitat vocazionale, si ammalò e morì subito dopo.

Adesso è nella gioia della beatitudine, perché per colpa d’altri non poté adempiere ai suoi voti. In questo canto, Dante prende l’occasione anche per descrivere la struttura del Paradiso, chiedendo alla sua interlocutrice se non avesse il desiderio di scalare altri cieli per essere più prossima a Dio. Alla domanda – diremmo “umana troppo umana” – Piccarda sorride e spiega al poeta che la carità di Dio è piena nel Paradiso dovunque e che la beatitudine sta proprio nell’uniformità tra il desiderio del beato e la volontà di Dio, che è Dio stesso. Qui vi è un’adesione totale tra la creatura e il Creatore. Da questo punto di vista i vari cieli sono semplicemente presentati a beneficio dell’uomo che vuol comprendere qualcosa del Paradiso, ma non in relazione alla pienezza della salvezza condivisa da tutti i beati allo stesso modo, i quali fanno corona a Dio. Tutti sono pieni della medesima carità che è Dio stesso.

La suddetta terzina rappresenta, in qualche modo, l’apice del discorso di Piccarda Donati, in cui solennemente esclama che nella volontà di Dio, ossia nell’adesione totale al suo ordine d’amore, sta la vera pace. La volontà di Dio, è quel grande mare in cui tutto si muove, crea e produce ogni cosa. Commentando proprio il primo verso di questa terzina, Étienne Gilson scrive: «nessun teologo raggiungerà mai maggior precisione».

A Dante ora è chiaro, come dirà, che il cielo è in ogni punto Paradiso e che la luce di Dio viene irraggiata in tanti modi, ma non per questo vi è una discriminazione. Tutto è regolato dall’amore e nella carità non vi è nulla di imperfetto o offensivo.

Se la vita dei beati si alimenta di questo amore, che è adesione perfetta alla volontà di Dio, Dante insegna a chi ancora cammina sulla terra che la via per la realizzazione totale non può essere che quella dell’amore. Tale dimensione ci permette di onorare in tutto ciò che accade, al di là di una immediata comprensione razionale, una sapienza superiore e ci dispone – come tanti Salmi dell’Antico Testamento invocano – a meditare i precetti del Signore, ovvero la sua volontà, implicita nel corso del mondo e negli avvenimenti, ma esplicita nella trasmissione della Legge, che trova compimento e sintesi nei Comandamenti dell’amore (cfr. Mt 22, 37-40; Mc 12,29-31; Lc 10,25-26).

Amore, pertanto, non è qualcosa di sentimentalistico, ma lo sforzo di conoscere e praticare la volontà di Dio. Al di fuori di essa non si trova pace. Pertanto, i desideri dell’uomo se vogliono avere esito felice e non tossico, non devono far altro che allinearsi con l’ordine morale che Dio ha scritto nel cuore di ogni uomo ed esplicitato nei suoi Comandamenti. In altri termini, ciò purifica l’uomo dalla latente e sempre incalzante curvatio in seipsum, aprendolo ai sentieri della trascendenza, in cui ritrova la sua vera essenza. Al di fuori, è ben difficile incontrare l’amore.

Daniele Fazio

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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