Le origini di don Pelayo affondano nella leggenda, probabilmente si tratta di un nobile asturiano, ossia della regione più a nord della Spagna, di discendenza visigota. Tuttavia, il suo nome è legato all’avvio di un’impresa, la Reconquista, che sta alla base non solo della liberazione della penisola iberica dal dominio musulmano, ma che accompagna, nei successivi settecento anni, anche il cammino di formazione del Portogallo e della Spagna, quali unità nazionali.

La penisola iberica fu conquistata tra il 711 e il 716 dagli arabi, che si spinsero fino in Francia ove furono fermati con la battaglia di Poitiers nel 732. La loro presenza durò per otto secoli fino alla caduta dell’ultimo baluardo islamico, l’emirato di Granada, nel 1492. Rispettivamente alle varie regioni spagnole, i musulmani governavano in modalità diverse, ma comunque limitando sempre la libertà religiosa dei popoli cristiani e imponendo il pagamento di un tributo alle popolazioni cristiane, qualora non si convertissero.

In questo contesto, emerge il nome di Pelayo e la prima reazione contro il dominio islamico. Egli, secondo quanto narrano le Crónicas di Alfonso II, dopo una prima rivolta fallita contro il governatore Munuza e il conseguente imprigionamento, si troverà a capeggiare una seconda rivolta che culminerà nella battaglia di Covadonga nel 722. In seguito alla disfatta, il governatore Munuza avrebbe lasciato Gijon, provincia di quel territorio, provocando così l’adesione di molti cristiani alle imprese di Pelayo.

Egli, pur non proclamandosi mai re, divenne un importante riferimento in quelle zone, stabilendo la sua corte a Cangas de Onís, ove morì nel 737. Gli successe il figlio Favila. I suoi resti mortali successivamente furono trasferiti a Covadonga.

Proprio la battaglia di Covadonga diventa fondamentale da un punto di vista psicologico e propagandistico, per scuotere i cristiani iberici a rivoltarsi contro il dominio islamico. Un tale evento, sicuramente esiguo da un punto di vista militare, diventa però centrale per la generazione delle conseguenze che superano i piccoli contorni dell’evento d’esordio.

A Covadonga sorge un Santuario mariano, proprio perché la notte prima della battaglia decisiva Pelayo con i suoi uomini si accamparono in preghiera in una delle grotte del luogo, lì apparve loro la Madonna, assicurando la protezione in battaglia, ragion per cui Covandonga e Pelayo non possono che essere ormai, nella narrazione storica, intimamente uniti e i suoi resti mortali non possono che riposare proprio in quel luogo. Da Covadonga (722) a Granada (1492) vi è un filo ideale che unisce gli iberici nella resistenza e nella lotta per la libertà e l’identità.

La vicende che riguardano Pelayo, tra leggenda e storia, tuttavia ci richiamano alla speranza, anche storica. Quando tutto sembra essere perduto, quando i vari “Golia” della storia sembrano ormai estendere il loro possente dominio, non bisogna mai farsi prendere dallo scoraggiamento, perché sorgeranno, con l’aiuto di Dio, dei piccoli “Davide” a contestare poteri umanamente irresistibili, a sacrificarsi per nobili ideali e a far ripartire la storia in senso spesso inaspettato e con nuovi effetti.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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