Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.

Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi […]»

(Purgatorio, c.  XXIII, vv. 115-119)

Virgilio, Stazio e Dante sono giunti nella sesta cornice del Purgatorio.  Lì vi sono le anime dei golosi che espiano il loro peccato assumendo un corpo emaciato e soffrendo orribilmente la fame. Dante ne incrocia diversi. Uno di loro – non conosciuto dal poeta per via delle sue fattezze totalmente diverse rispetto alla vita terrena – apostrofa Dante e gioisce vedendolo. È il suo amico poeta Forese Donati, morto cinque anni prima.

Dante si meraviglia che nonostante egli fosse morto da poco, già si trovi nella sesta cornice del Purgatorio e non nell’Antipurgatorio. Forese dà tutto il merito alla moglie Nella, che quand’egli morì, fino all’ultima ora impenitente, pianse e pregò per l’anima amata del marito. Si diffonde così in parole dolci e amorevoli verso la vedova, che tra l’altro emergerà quale unica donna virtuosa a Firenze.

Forese stesso, tuttavia, vuol sapere – anche a nome delle altre anime purganti – il motivo della presenza di Dante e dei suoi accompagnatori in Purgatorio. Dante ha così l’occasione di ricordare i suoi sbandamenti, vissuti del resto assieme allo stesso amico Forese. Sullo sfondo, vi è l’esperienza della poesia comica e dei versi ingiuriosi e sopra le righe che i due si sono scambiati (tre sonetti a poeta) nella cosiddetta «Tenzone», in cui Dante certamente non aveva proferito dolci parole proprio nei confronti di Nella, moglie di Forese nel sonetto Chi udisse tossir la malfatata e dello stesso Donati, accusato di tradire la moglie, di ghiottoneria e di latrocini come il resto della sua famiglia.

Ma ancora più profondamente il sommo poeta, in questo contesto, rievoca un periodo di crisi spirituale e morale della sua biografia in cui la perdita di Beatrice lo condusse lontano dalla fede e dalla retta ragione, cercando altrove la propria realizzazione.

In questo Canto, Dante – con le dolci parole su Nella – compie la riparazione a quelle offese e anche la purificazione di uno stile poetico fine a stesso che non incrocia la bellezza. In questo senso, estetica e morale vanno di pari passo e il cammino di Dante come artista si pone di pari passo al cammino ascetico morale di Dante come uomo e cristiano.

Rievocando lo smarrimento morale e intellettuale – condiviso del resto con Donati – Dante può anche introdurre – come si legge in queste due terzine – il senso della presenza di Virgilio, inviato da colei che lo ama, perché con tale viaggio egli possa purificarsi, attraversando i regni ultraterreni.

Così come la moglie di Forese fu decisiva per il progresso nella purificazione del marito, così Beatrice, musa ispiratrice poetica di Dante, è fondamentale perché egli esca dallo smarrimento – da cui fu colto proprio dopo la sua morte – e torni a conquistare la bellezza del vero amore, che non consta in una bella vita – quella che è significata dai versi scurrili scambiati in vita con Forese – ma in una vita bella che è frutto della volontà incline al bene e al bello e sorretta dalla grazia.

Dante così c’insegna che l’uomo ha un fine ultraterreno da raggiungere ed in tale ottica deve scartare tutto ciò che lo devia e abbracciare tutto quanto possa indirizzarlo su un tale cammino.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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