Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperienza grazia serba.
(Paradiso, c. I, vv. 70-72)

Dante, accompagnato da Beatrice, giunge in Paradiso. Non basta qui l’invocazione alle sole Muse – come nelle cantiche precedenti – affinché il poeta trovi le parole corrette per descrivere il regno della felicità eterna. Dunque, si affida al dio pagano Apollo, metafora dell’ispirazione divina. Il poeta dovrà cingere l’alloro non perché gareggia con Dio nella descrizione e “costruzione” del regno santo, ma perché compie ciò solo ed esclusivamente perché ottiene – dopo averLo pregato – l’ispirazione da Dio stesso. E tuttavia, il sommo poeta non fa altro che rassegnarsi al limite umano nell’esprimere il mistero che pur afferma di aver visto e di cui ne ha fatto esperienza. Si tratterà sempre di una visione inesprimibile e attingibile solo attraverso esempi che in modo analogico possano restituire la sublime realtà paradisiaca.

Se le parole traballano è anche perché l’umanità, segnata dal peccato e ancora legata alla terra. di Dante è meramente insufficiente ad abitare il Paradiso. Dante stesso, dunque, visitandolo, sembra quasi non sentirsi più quell’uomo terreno che era e cerca di far comprendere ciò attraverso metafore e paragoni. Ai suoi dubbi, ancora legati ad un’esistenza terrena, risponderà Beatrice, a volte anche sorridendo, ed evidenziando i limiti di una ragione, che ancora non è totalmente immersa nel mare del grande Essere.

In questo primo Canto, mentre contro le leggi della gravità Dante – corporeo – ascende verso l’alto anziché cadere a terra, Dante si appella all’esperienza di Glauco, personaggio della mitologia greca, che dopo aver mangiato una determinata erba divenne una divinità del mare. Al lettore basti questo riferimento – scrive il poeta – per comprendere qualcosa circa lo stato dei beati immortali, trasfigurati propriamente in una vita che non è più quella umana, ma bensì divina. Dante, pur vivendo un’esistenza terrena, dunque mortale, entrando nel “suo” paradiso letterario vuole che il lettore si sforzi di immaginare e di “toccare” con mano una dimensione altra, tanto da comunicare che interiormente lui si sente trasformato.

La maggior espressione di una vita così nuova è l’incipit della suddetta terzina, reso dal termine trasumanar coniato dallo stesso poeta. In tale ottica, egli afferma che elevarsi al di là della natura umana non si può spiegare con le semplici parole umane, ma devono bastare gli esempi, tratti anche dal mondo mitologico, in attesa di accedere a tale stato per volere della grazia divina.

Evidentemente questo superamento dei limiti, voluto e guidato dalla grazia di Dio, non è quello dell’Ulisse del folle volo. Dio vuole che l’uomo giunga ad una umanità piena e felice, Dio vuole che l’uomo partecipi pienamente della vita divina ed il Paradiso sarà proprio questo luogo. Esso non si raggiunge con superbia e tracotanza, cercando di sostituire l’ordine di Dio con un proprio ordine, ma attraverso l’umile accettazione della volontà di Dio e il rispetto della sua giustizia.

La piena realizzazione e felicità a cui l’uomo da sempre ha anelato, dunque, è possibile non secondo una mentalità “umana troppo umana”, ma attraverso l’elevazione della natura umana che solo la grazia di Dio può compiere. Dante ha fiducia in questo itinerario e tale convinzione diventa l’asse fondamentale della sua arte e del suo viaggio interiore.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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