e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
(Inferno, C. IV, vv.100-102)

Nel primo Cerchio dell’Inferno si trova il Limbo. Qui, vi è una schiera infinita di anime che non sono dannate, anche se non godono della visione beatifica di Dio. La loro pena consiste, appunto, nel desiderare eternamente Dio che non hanno conosciuto durante la loro vita. Si ritrovano nel Limbo le anime di coloro che vissero virtuosamente, gli spiriti grandi del mondo classico, ma anche i filosofi musulmani, come Averroè e i grandi poeti di cui Virgilio è il maestro. Proprio nel Limbo, infatti, è la dimora di Virgilio. Accanto ad essi le anime dei bambini non battezzati.

La ragione umana – incarnata dalle perplessità di Dante – non giunge a comprendere il motivo per il quale figure così grandi per umanità e sapienza non possano godere di Dio, solo la fede può infatti far rammemorare al cristiano – cosa che avviene in diversi luoghi del poema sacro – che la dannazione o la salvezza eterna risiede unicamente nell’imperscrutabile volontà di Dio e che non possono essere ammessi in Paradiso coloro che non hanno creduto in Gesù Cristo. Sia perché vissuti prima della sua nascita, sia perché non hanno mai ricevuto l’annuncio del Vangelo. Chi però, in modo misterioso alla ragione, ha creduto in Cristo venturo – come i Patriarchi – una volta realizzata la salvezza da parte del Redentore, è stato tradotto nel Paradiso.

Mentre si discende nel mondo oscuro, Dante ode in questo Cerchio più che tormenti, sospiri angosciosi. Tali anime anelano a Dio, che non hanno adorato adeguatamente in vita, per l’eternità. Rientrando nella sua abituale dimora, Virgilio viene salutato da altri poeti che gli fanno corona, quale signore di versi altissimi. Questi spiriti hanno il privilegio – in ossequio alla loro fama terrena – di starsene in disparte rispetto alla schiera della anime presenti. Ma chi sono? Spicca Omero, poeta più grande di tutti, Orazio, quale autore delle Satire, Ovidio e Lucano.

Virgilio prende posto tra di loro, ma a quel punto Dante vede che è fatto cenno proprio a lui di raggiungerli, ed esclama compiaciuto: fui sesto tra cotanto senno. Dante ha modo in questi versi proprio di sottolineare la grandezza della poesia, di cui lui stesso è certamente maestro, sulla scia di questi spiriti che lo annoverano in qualche modo a loro.

Tali spiriti sono evocati perché rappresentano gli esempi principali del canone poetico del medioevo latino e dunque sono studiati dai poeti dell’epoca di Dante. Egli si immerge, allora,in una discussione su argomenti alti con loro perché sostanzialmente imita la loro arte, ma anche gareggia con loro. Da loro, soprattutto da Virgilio, prende immagini e mitologia per la sua costruzione delle figure e dei tormenti dell’Inferno.

La poesia per Dante – che non è un pagano – è occasione per comunicare ciò che la scienza, la filosofia, la teologia mostra con i concetti, e facendo questo –  specie nei versi della Divina Commedia – ne viene fuori un importante servizio per l’intelligenza della fede, in quanto gli uomini sono più toccati dalle immagini poetiche rispetto ai concetti filosofici e teologici.

L’uomo non è un puro spirito, il composto umano è dato da anima e corpo e la via della sua conoscenza principalmente passa dai sensi. Secondo l’adagio della filosofia scolastica: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu (niente giunge all’intelletto che prima non sia stato nei sensi). La poesia riesce, quindi, in questo straordinario compito a rendere ancor più vicino, in definitiva, il mistero di Dio all’uomo, attraverso una certa “materialità” che deriva dalla concretezza delle sue immagini, che rifuggono l’astrazione dei concetti.

Scrive Étienne Gilson: «i poeti usano metafore perché gli uomini non amano solo che si spieghino loro le cose, ma anche che le si facciano loro vedere. Il sensibile può rappresentare l’intelligibile solo seguendo la propria natura e le proprie leggi: è questo il giusto punto di vista per capire la Divina Commedia, e persino la sua teologia. Il suo senso profondo è tutt’uno con il potere della sua bellezza».

Dunque, possiamo dire che la finalità dell’opera di Dante sia la bellezza, ma la bellezza non è nient’altro che lo splendore del vero. In questo senso, celebrando i settecento anni dalla nascita di Dante Alighieri, nel 1965, Papa Paolo VI, ispirandosi a questi versi della Divina Commedia, chiamò Dante «signore dell’altissimo canto».

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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