Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo d’una porta.

Inferno, c. III, vv. 9-11

Ecco la porta dell’Inferno. Oltre di essa: strepiti, dolore ed immani sofferenze. Dante ne scorge la scritta e viene preso dallo sgomento. Ne è colpito duramente. Potrà attraversarla solo preso per mano ed incoraggiato da Virgilio. Chi entra abbandona ogni speranza. L’Inferno, dunque, è il luogo in cui la speranza, proprio quella che si dice sia l’ultima a morire, non esiste più. È svanita. I suoi abitanti hanno, dunque, una comune caratteristica: l’esser disperati. Essi imprecheranno e malediranno il giorno in cui sono nati, rimpiangendo eternamente, non potendo più uscire dall’Inferno, le loro malefatte e soprattutto la loro chiusura costante alla grazia di Dio.

Per comprendere in profondità queste parole, famosissime, della Divina Commedia, occorre allora indagare cosa il poeta cristiano intendesse per speranza. Essa è quella virtù che permette all’uomo di attraversare le vicende terrene, soprattutto quelle estremamente e incomprensibilmente dolorose, tenendo alta la fiducia in Dio, nella realtà eterna della salvezza. Essa non indulge minimamente ad utopismi, ma tiene alta l’attenzione sul fine ultimo dell’uomo, ossia sulla beatitudine eterna, perché Dio vince sempre sul male, anche se tarda non manca mai.

Pertanto, la speranza ha a che fare con la vita eterna. La speranza si compirà definitivamente nel regno della felicità che è il Paradiso. Esso rappresenta la dimora ultima dell’uomo che nella storia ha scartato quanto non conduceva alla propria realizzazione e ha abbracciato quanto lo conduceva alla felicità eterna.

Negazione di tutto questo è la vita dell’uomo che ha concentrato la propria attenzione più che sulla beatitudine eterna sui piaceri mondani. La sua “speranza” è stata rivolta alle creature, alle passioni, alla scienza, alla tecnica, alle costruzioni politiche ideologiche che promettono un paradiso in terra. I vari gironi dell’Inferno non sono altro che la prova di tutto questo: vi si troveranno i dannati che non avendo nutrito speranza nella cose eterne hanno rivolto tutte le loro forze verso ciò che è transeunte.

Fugacemente, se si pensa all’eternità, hanno goduto dei piaceri terreni. Ciò li ha resi inquieti già sulla terra e adesso si trovano in uno stato di totale disperazione, in quanto saranno privi per l’eternità di ciò che non hanno voluto riconoscere come prioritario sulla terra, ossia la presenza di Dio stesso. L’Inferno non è altro che la privazione assoluta di Dio, il distacco totale dalla fonte del vero amore. In altri termini, il regno della disperazione. L’Inferno è la disperazione, la disperazione è l’Inferno. Non si può più sperare oltre. È il termine ultimo e costante dell’eterna sofferenza.

Dunque, il sommo poeta, icasticamente, scolpisce sull’ingresso una tale scritta oscura, che rappresenta una sintesi non solo di ciò che è l’Inferno, ma un avvertimento a vivere nella virtù teologale della speranza per evitare di ritrovarsi eternamente disperati, ossia radicalmente lontani dall’amore di Dio.

Dante viveva in un mondo in cui i vari peccati dell’uomo, e i suoi, certamente erano ben evidenti, e dunque andavano condannati senza riserve. Ma cosa succede in un mondo che non riconosce più il male come tale e va alla ricerca di “speranze” fatue? Tale mondo è proprio lo scenario disegnato dalla modernità che ha inteso costruire paradisi in terra ed ha prodotto inferni, ora riponendo la massima fiducia nella ragione, ora nella scienza, ora nella politica, ora nella rivoluzione, ora nella tecnica.

In ragione di questo, Dante si staglia, ancora a distanza di settecento anni dalla sua morte, come maestro della vera speranza.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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