«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza»
(Inferno, c. XXVI, vv. 118-120)

Dante mette queste parole – forse tra le più conosciute della Divina Commedia – in bocca ad Ulisse, la cui storia grazie alla diffusione dei poemi omerici era conosciuta anche nel medioevo. Seguendo una tradizione letteraria già presente nell’antica Roma, il sommo poeta aggiunge l’episodio finale della vita del naufrago di Itaca.

Ulisse freme di sconfinata conoscenza e curiositas, perciò surclassando tenerezza per il figlio, pietà verso l’anziano padre e lo stesso legame amoroso con la moglie Penelope, si appella ai vecchi compagni, proponendo uno stupefacente viaggio, il più rischioso e al tempo stesso tracotante.

Ed ecco l’impresa: valicare le colonne d’Ercole, l’attuale stretto di Gibilterra, da cui nessuno mai era tornato e in cui erano fissati i confini del mondo allora conosciuto. Qui emerge l’Ulisse fraudolento e la ragion per cui subisce la pena nell’Inferno. Egli ha conservato sempre, anche dopo il ritorno a Itaca, la medesima indole che lo indusse ad ingannare i troiani con lo stratagemma del cavallo, a rubare la statua del Palladio e a proporre ad Achille il raggiro di Deidamia, moglie di quest’ultimo e abbandonata nonostante fosse incinta.

Odisseo, legato con il sodale Diomede nella stessa fiamma, ragion per cui questa appare al poeta a due punte, narra, in maniera suggestiva, a Dante come intraprese l’ultimo viaggio e come spinse i suoi compagni al folle volo (Inf. c. XXVI, v. 125), dal momento che il mare calmo alla vista della Montagna del Purgatorio si fece tempestoso, facendo capovolgere la nave per tre volte fino a farla inabissare.

Dante non condanna l’eroe greco per la sete di conoscenza, ma perché con il fascino delle parole, che non corrispondono a realtà, produce continuamente menzogne per vincere l’avversario e abbindolare il prossimo. Ulisse è una sorta di sofista ante litteram, sicuramente di spiccata intelligenza che declina in una superbia tale da farlo illudere si essere invincibile. Proprio questo atteggiamento sarà la causa della sua perdizione: usare abilità retorica ed ingegno per scopi illeciti, illudendo innanzitutto se stesso.

In questo contesto, Dante, tuttavia, non manca di ricordare all’uomo di ogni tempo il suo proprium. Tornare a meditare sull’origine dell’uomo vuol dire ricordare che, grazie alla natura razionale, egli è in grado di produrre nobili azioni (virtute) e di giungere alla cognizione della verità. Il mondo pagano si volgeva a questi valori che corrispondevano alle attività pratiche e teoretiche. Aristotele avrebbe codificato il sentiero della felicità a partire dall’esercizio delle virtù dianoetiche ed etiche. L’uomo che coltivava tali dimensioni era considerato virtuoso, ossia capace di incarnare l’umanità nel modo migliore possibile.

Dante è certamente affascinato da tutto questo. Lui stesso è un intellettuale, che però continuamente deve combattere contro il peccato di un’oratoria meramente formale e di una superbia che esclude la verità. Allora, l’ideale pagano, di cui si diceva, viene accordato e superato con l’ottica teologica cristiana che sostanzia tutta la Divina Commedia e senza la quale non si può capire in profondità il messaggio del pellegrino dell’al di là.

La saggezza ultima dell’uomo, nonostante la sua curiositas non è quella di considerarsi un essere assoluto, ma di tenere sempre presenti i propri limiti perché anche il viaggio della conoscenza e dell’intelletto non precipiti in naufragio. Ecco perché la Sacra Scrittura proclama: «Initium sapientiae timor Domini» (Sir 1, 16).

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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