L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto
(Inferno, c. XIII, vv. 70-72)

Il viandante dei luoghi dello spirito giunge con il suo maestro in un luogo orrendo. Una foresta desolata e innaturale. Si odono lamenti. Virgilio non spiega a Dante da chi provenissero, ma lo invita a staccare un ramoscello da uno di quegli alberi. Dante esegue e la scena si fa ancora più raccapricciante. L’albero si rivela un’anima che sanguina e a cui è stata inflitta una mutilazione proprio dallo stesso pellegrino.

Il sommo poeta ci porta con la sua arte nella foresta dei suicidi. Attraverso le orrende immagini vuole instillare nel lettore la gravità morale di un tale gesto, rendendo le scene che si susseguono terrificanti e angosciose. Dall’albero violato si sente un grido di estrema sofferenza: l’urlo del dolore mai sopito. A parlare è Pier della Vigna. Famoso e grande funzionario della corte di Federico II, morto suicida.

Egli narra la sua vicenda esistenziale, la sua fedeltà al sovrano e ciò che lo portò alla disperazione e quindi al gesto estremo, ossia il clima di invidia e sospetti creatisi alla corte dell’Imperatore fino al punto che Federico stesso dubitò del suo fedele ministro, accusandolo di tradimento.

La suddetta terzina rappresenta l’acme di tale strazio in cui Pier della Vigna confessa che con l’animo profondamente turbato per il sospetto ingiusto preferì togliersi la vita. Per amaro piacere si spinse ad annientarsi volendo dimostrare la sua innocenza agli occhi di Federico con l’estremo atto. Egli prega Dante di restituite alla sua memoria giustizia e salvarlo nel mondo rispetto all’accusa di tradimento.

La pena del contrappasso prevede proprio che eternamente l’anima sia separata dal corpo ed imprigionata in un albero, così come il suicida ha separato il composto umano con il suo gesto insano. Tale atto è veramente grave agli occhi di Dante se pensiamo alla filosofia aristotelico-tomista che sorregge la visione antropologica del poeta. L’uomo è un composto inscindibile di forma e materia. La stessa scissione dell’anima con il corpo, dopo la morte, nella teologia cristiana è semplicemente temporanea. Alla fine dei tempi tutti gli uomini riprenderanno i propri corpi o per la gloria o per la condanna eterna.

Solo i suicidi non lo faranno, secondo Dante. Con tale escamotage letterario, egli vuol sottolineare che loro hanno rifiutato l’unità armonica tra anima e corpo ferendola irreparabilmente, per cui la condanna sarà quella di essere da un lato imprigionati in un albero e dall’altro – alla fine dei tempi – di mirare il proprio corpo appeso sull’albero, ma a cui mai più si riuniranno.

Se la condanna per il suicidio è chiara, e resa anche attraverso scene letterarie atte a creare orrore nel lettore, ciò che qui Dante ci comunica ulteriormente è il grande valore dell’essere umano, che va visto inscindibilmente nelle sue due dimensioni: quella spirituale e quella materiale. Ragion per cui così come si cura il corpo va curata l’anima e così come l’anima viene considerata così pure si deve ritenere importante il suo nesso con il corpo.

Il corpo non è una prigione dell’anima, né tantomeno la forma – l’anima dell’uomo – può trovare il suo fine proprio senza essere unita strettamente alla sua natura corporea. Il composto umano trae da questo legame la sua intangibilità, quella che noi moderni chiamiamo “dignità”. Dante è pienamente consapevole che la vita è sacra in ogni suo stadio.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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