Da ogni bocca dirompea coi denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
(Inferno, c. XXXIV, vv.55-57)

Ci ritroviamo al culmine del cammino nel regno infernale: il momento in cui Dante – restando senza parole e sospeso tra la vita e la morte – incontra Lucifero. Già dal Canto precedente il tema è stato quello del tradimento. Qua, tale peccato raggiunge il culmine in quanto l’imperatore del male, il re del doloroso regno è stato colui, non solo che per primo ha tradito, ma colui che ha compiuto il più orribile tradimento: quello di sfidare l’ordine giusto di Dio, quello della creazione, presumendo di saperne più di Creatore. Così, sfidando Dio circa l’ordine giusto è condannato ad un antiordine, un regno del dolore, tutto impastato di ingiustizia e sofferenza.

Lucifero è un gigante mostruoso. Dante lo descrive con tre volti uniti in una sola testa, bizzarro capovolgimento della Trinità, e per ognuna di esse una coppia di ali, scimmiottatura della croce. Al batter delle ali si sprigiona un vento gelido, bizzarro capovolgimento del dolce soffio dello Spirito Santo. Egli è come conficcato nel ghiaccio, per cui il viandante dell’aldilà ne vede prima di ogni cosa la figura dalla vite in su. Per ogni bocca stritola un condannato. Virgilio spiega a Dante che si tratta di Giuda Iscariota, di Bruto e di Cassio.

Giuda Iscariota tradì Cristo e, dunque, anche il suo corpo mistico: la Chiesa. Egli è con la testa dentro la bocca e non solo viene stritolato, ma anche graffiato nella schiena e nelle carni dagli artigli di Lucifero; Bruto e Cassio sono i traditori di Giulio Cesare. Loro, pendendo dalle altre due bocche, sono con il capo all’esterno della bocca, dilaniati ugualmente dai denti di Lucifero.

Si comprende più a fondo la decisione di Dante di collocare nel luogo di maggior dolore e di maggior distanza dall’ordine divino tali peccatori solo se si entra nella dinamica dell’universo letterario offerto da Dante. Egli tiene ben fermi nella loro autonomia e giustizia interna due ordini: lo spirituale e il temporale. La Chiesa e l’Impero. Entrambi sono stati voluti dalla giustizia divina. Entrambi, quindi, hanno legittimità di regnare in maniera autonoma al loro interno, senza che il capo o i membri dell’uno invadano il campo dell’altro.

Chi tradisce un tale ordine, allora, è reo del peccato più orribile che ci possa essere, perché è il traditore dell’ordine voluto da Dio. Dunque, è vero che Giuda è il traditore di Cristo, ma la gravità del suo peccato consiste nell’aver attentato alla giustizia dell’ordine spirituale di Cristo e del suo corpo che è la Chiesa, presumendo di introdurre elementi altri all’interno di quest’ordine, che lo portarono alla cecità del tradimento del maestro.

È vero, altresì, che Bruto e Cassio sono i traditori di Cesare, ma il loro peccato è ancor più grave non solo perché hanno tradito un uomo, un capo politico, ma perché hanno tradito l’ordine temporale, quello che Dante vedeva, per volontà divina, riverberarsi nell’Impero romano, di cui appunto Giulio Cesare è all’origine.

L’universo di Dante presenta dunque degli ordini: tradire questi è un grave peccato perché significa non rispettare la giustizia divina che vuole autonomia e rigida separazione tra loro, che comunque dipendono da Dio. Proprio in questo sta l’assoluta gravità del tradimento della maestà, ossia dell’autorità spirituale e dell’autorità temporale.

Tale tensione morale di Dante non solo ci fa capire cosa egli in assoluto disprezzi, ma cosa egli ami più di tutto, ossia la lealtà verso i poteri stabiliti da Dio stesso. Ed è in ultimo, in ragion di questa lealtà, che egli distribuisce colpe “condannando” anche papi all’Inferno e distribuisce “premi” facendo figurare in Purgatorio anche pagani o suicidi e addirittura in Paradiso anche filosofi e teologi in odore di eresia.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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