Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
(Inferno, c. IV, vv.130-132)

Oltre ai poeti di cui già si è discusso, nel Limbo, vivono in luogo separato gli spiriti magni, ossia coloro che hanno spiccato per virtù e sapienza. Sono presenti in un castello, la cui cima rappresenta l’unico punto luminoso in tutto il Primo Cerchio dell’Inferno.

Tra questi uomini vie è uno spazio riservato ai filosofi dell’antichità e a quelli arabi. Figura centrale ed onorata da tutti, però, è quella di Aristotele. A lui prossimi sono Socrate e Platone. Perché lo Stagirita merita lo scranno più alto? Lo comprendiamo alla luce del Convivio dello stesso Dante che ha per oggetto l’importanza del sapere filosofico. Aristotele rientra nelle auctoritates del Medioevo. Dante, così come Alberto Magno e Tommaso D’Aquino, è convinto che il filosofo greco rappresenti l’esempio insuperato della retta ragione. Tale mentalità è esplicitamente restituita in questa terzina.

Le autorità culturali sono certamente degne di fede. Aristotele, per Dante è ancora di più degnissimo di fede e di obbedienza. Ma cosa predilige e mette in auge Dante della filosofia di Aristotele? Non la metafisica, così come era usuale per Tommaso d’Aquino, non l’astronomia perché in essa è maestro Tolomeo, bensì la morale. Aristotele è maestro della sapienza umana, in quanto ha espresso in maniera compiuta tutto ciò che l’uomo deve sapere per poter vivere degnamente la sua vita sulla terra e raggiungere la propria realizzazione nell’ordine terrestre. L’Aristotele “maestro di coloro che sanno” è quello dell’Etica Nicomachea, che istruisce gli uomini, nella vita attiva, perché raggiungano la felicità terrena.

Un tale approccio si comprende meglio se entriamo in profondità nell’universo delle scienze di Dante. Per il Sommo Poeta sussistono tre ordini, tra loro autonomi e indipendenti, ma non per questo contrapposti. Abbiamo così l’ordine della sapienza, quello della politica e quella della fede. All’interno dell’ordine terreno, dunque, vi sono due ordini o ambiti da tenere a loro volta distinti: quello della sapienza, proprio dei filosofi, e quello del governo proprio della politica e quindi dell’Imperatore quale guida di ogni altro re e governante. Giustizia divina vuole che in filosofia l’autorità massima da seguire sia Aristotele, mentre nell’ordinamento delle leggi e del governo l’autorità da seguire sia l’Imperatore. Dunque, è ingiusto che i filosofi siano governanti e che i governanti si facciano filosofi. Gli ordini devono rimanere separati.

Allo stesso tempo, però, chi governa ha bisogno della sapienza umana per amministrare bene con le leggi e con la prudenza i popoli e la sapienza ha bisogno delle applicazioni concrete che le leggi mettono in atto al fine di produrre i suoi effetti benefici in ordine al perseguimento della felicità terrena. La teologia – intesa da Dante quale colomba che si libra al di là del cielo astronomico – pervade tutto, ma a sua volta regna in un ordine soprannaturale. L’uomo certamente ha bisogno dei tre ordini, ma con gradazioni diverse. Fin tanto che è sulla terra per perseguire una vita pacifica basta la morale aristotelica e la politica esercitata alla luce di essa, per conseguire la salvezza eterna, invece, è fondamentale la teologia che incarna perfettamente la fede cristiana.

La filosofia – la donna gentile – da questo punto di vista assurge al ruolo importantissimo di rischiarare agli uomini il loro fine terreno. Ed in questo spicca senz’ombra di dubbio Aristotele in quanto maestro di morale. Dante non è tecnicamente un filosofo, si appassiona alla filosofia quasi come una vocazione tardiva, la studia con acume poi, però, torna alla sua poesia, ma non senza restituirci spesso una visione originale che si può solo banalmente ricondurre o all’aristotelismo, o al tomismo o all’averroismo. In Dante vi è tutto questo, ma in’ottica del tutto particolare e il ruolo della filosofia viene valorizzato al massimo, quale via morale fondamentale perché l’uomo possa conoscere il bene umano e possa raggiungerlo.

Aristotele è un maestro morale per Dante, ma è ancora un maestro anche per molti filosofi contemporanei – basta pensare alla corrente tedesca di riabilitazione della filosofia pratica aristotelica della metà del Novecento o alla corrente che valorizza l’etica delle virtù e ancora a figure come Josef Pieper, Alasdair MacIntyre e Robert Spaemann – che lo riscoprono proprio in ambito etico che è quell’ambito che il sommo poeta valorizzò in modo particolare, a questo punto tra i primi, se non addirittura per primo nel Medioevo.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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