«Giusti son due, e non vi sono intesi»
(Inferno, c. VI,v. 73)

Ciacco, in questo verso, risponde a Dante riproponendo quella che può essere considerata la più antica disputa intorno al diritto, cioè la dialettica eterna tra diritto naturale e diritto positivo, tra legge della ragione e ragione della legge, tra razionalità e volontarietà del diritto, tra forza del diritto e diritto della forza, cioè in sostanza tra giustizia e legge.

In fondo già Platone nell’Eutifrone aveva delineato il problema, ponendo il celebre interrogativo: il santo, perché santo lo amano gli dei, o perché lo amano gli dei è santo?

Insomma, il diritto è giusto perché lo è di per sé, o soltanto quando giusto lo si ritiene? O meglio, il diritto è giusto di per sé o è giusto solo perché così vuole il legislatore? O ancora, la legge, è legge solo se è giusta, o è giusta solo perché è legge? La volontà del legislatore è giusta se effettivamente è giusta, o è giusta in quanto volontà assoluta, cioè svincolata da ogni limite, del legislatore?

Con tutta evidenza l’affermazione che Dante mette in bocca a Ciacco traduce la formazione cristiana e scolastica del Sommo Poeta, considerando specialmente la profonda incidenza sul pensiero di Dante che il tomismo ha esercitato.

Se per S. Agostino, infatti, lex esse non videtur quae iusta non fuerit (non è legge quella che non è una legge giusta), come viene specificato nell’opera dedicata al libero arbitrio (I, 5, 11), per S. Tommaso d’Aquino, nella sua Summa theologiae (I-II, q. 92, a. 1, ad 4), «una legge tirannica, essendo difforme dalla ragione, non è una legge in senso assoluto, ma è piuttosto una perversione della legge».

Nonostante ciò, rammenta Dante, e nonostante i diritti siano due, nessuno dei due è inteso, cioè entrambi non sono realmente compresi dall’uomo, poiché l’uomo, soprattutto il sovrano, il principe, il legislatore, reputa giusta sempre e comunque la propria volontà senza porsi il problema se giusta sia realmente.

In questo senso Thomas Hobbes, tra XVI e XVII secolo, ha potuto agilmente ritenere che auctoritas, non veritas facit legem, instaurando quell’assolutismo politico e giuridico che, nelle sue varie mutazioni, è pervenuto fino all’inizio del XX secolo tramutandosi nel terribile fenomeno del totalitarismo, cioè un regime in cui la verità del diritto, ovvero la sua giustizia, è sistematicamente negata e rinnegata in nome di una legittimazione puramente formale del diritto.

Ecco perché Hans Kelsen, nei suoi “Lineamenti di dottrina pura del diritto”, ha potuto ritenere che il termine “giusto” è soltanto una parola diversa per dire “legale”, ponendo le basi teoretiche per la legittimazione delle leggi razziali, cioè leggi formalmente ineccepibili, perfino ordinariamente approvate da una maggioranza parlamentare rappresentativa, che, tuttavia, sono sostanzialmente ingiuste poiché contrarie al diritto naturale, cioè quel diritto che dispone che tutti gli esseri umani sono uguali prescindendo dalla razza o dalla religione di appartenenza, come, in fondo, aveva riconosciuto Papa Gregorio Magno, già nel VI secolo d.C., cioè ben dodici secoli prima di ogni conato illuminista e di qualunque dichiarazione universale dei diritti, allorquando scrisse, nella sua preziosa esposizione morale sul libro di Giobbe, che «omnes namque natura aequales sumus», cioè che tutti per natura siamo uguali.

I diritti, dunque, sono due, come ha notato Dante, ma entrambi non sono compresi, e come ai suoi tempi, così a maggior ragione oggi, poiché il diritto naturale viene fin troppo spesso rinnegato dalla politica, mentre il diritto positivo viene idolatrato ben oltre la sua propria funzione e natura, rischiando di trasformare più spesso di quanto si ritenga l’arbitrio in norma, il capriccio in disposizione, l’ingiusto in legge.

Aldo Rocco Vitale

Aldo Rocco Vitale

Di Aldo Rocco Vitale

Dottore di ricerca in teoria generale del diritto e autore di diverse pubblicazioni scientifiche sulle tematiche del diritto e della bioetica.

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