in sé sicura e anche a lui più fida,
due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida.

L’un fu tutto serafico in ardore;
l’altro per sapienza in terra fue
di cherubica luce uno splendore.

Paradiso, c. XI, vv. 34-39

Nel Quarto Cielo del Sole, Tommaso d’Aquino illustra a Dante anche l’origine degli ordini mendicanti: il francescano e il domenicano. Si diffonderà, ulteriormente, lui domenicano, ad elogiare il fondatore dei frati minori, Francesco d’Assisi e a ripugnare i difetti del proprio Ordine, quello domenicano, che si era allontano dallo spirito del fondatore, Domenico di Guzman. Medesima operazione più avanti sarà fatta da Bonaventura da Bagnoregio, teologo francescano, che elogerà il fondatore dell’Ordine dei predicatori e rimprovererà i francescani per essersi allontanati dallo spirito del loro fondatore.

Qua siamo proprio all’incipit di questa narrazione in cui Tommaso colloca proprio nel volere della Divina Provvidenza il sorgere di questi due santi uomini e dei loro rispettivi ordini, quale un messaggio forte per la Chiesa del XIII secolo perché tornasse alla radicalità evangelica.

Francesco il povero e Domenico il saggio sono dunque – come si vede nei suddetti versi – paragonati il primo ad un Serafino, tutto ardore, e l’altro ad un Cherubino per sapienza. Al di là di queste particolarità, però, Dante qua vuol far emergere l’identica missione dei due uomini e dei loro Ordini per richiamare la Chiesa nell’orientarsi esclusivamente allo spirituale e a riguardare quale fine unico i beni celesti e non quelli temporali.

In questo senso, Tommaso rimprovererà ai suoi confratelli domenicani del XIII secolo questa distorsione verso l’ingerenza in un ambito, quello temporale, che non riguarda loro. Ciò è come tradire la volontà della Provvidenza rispetto a tale opera.

Potrebbe sembrare un canto semplicemente riferito ai religiosi e al clero, ma non dobbiamo dimenticare, però, l’avvio dello stesso in cui Dante stesso, ora giunto in Paradiso – compiuta la sua purificazione e compreso il suo smarrimento intellettuale e morale – con un nuovo punto di vista trascendente, lamenta, per tutti i mortali, il dar un peso smodato ai vari ragionamenti fallaci e ai beni materiali, concentrandosi così poco sui beni che veramente val la pena coltivare e raggiungere.

In questo, non vi è alcun pauperismo, né tanto meno elogio dell’ignoranza, ma Dante – avendo la necessità di ordinare la propria vita e capirne le priorità in relazione al fine ultimo – adesso sa discernere i beni transeunti, per quanto necessari per l’esistenza terrena, dai beni duraturi ed intangibili, che sono quelli dello spirito. Dunque, tra i due occorrerà porre una chiara gerarchia.

Di esempio, in questo senso, sono anche gli Ordini mendicanti che, poveri e dediti alla predicazione del Vangelo, si sono scelti i beni celesti. Ciò non significa che tutti gli uomini debbano diventare religiosi – Dante stesso non lo è –, ma ancora di più, come si vede neanche lo status religioso mette al riparo da traviamenti, come emerge dai rimproveri di Tommaso e di Bonaventura, ai rispettivi Ordini.

Significa semplicemente che nella vita dell’uomo la priorità va data a ciò che è duraturo e non a ciò che è fugace, l’esistenza così si costruisce sulla roccia e non sulla sabbia. Dante ci comunica anche questo.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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