Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio

Purgatorio, c. XXVII, vv. 139-142

Nella parte finale della salita del Purgatorio, ormai decisamente rivolti al sole della grazia del Paradiso, Virgilio – il maestro amato da Dante – fa sentire la sua voce con un solenne discorso che anticipa il distacco dal discepolo, che avverrà definitivamente nel canto XXX. Egli ha accompagnato il pellegrino dell’aldilà attraverso le pene dell’Inferno e ha mostrato la via della penitenza dei purganti. Non può più procedere oltre. La retta umanità, che egli incarna, si arresta innanzi alla vitale e salvifica necessità per l’uomo della redenzione, che appunto solo da Dio può giungere e non può essere un semplice frutto di un retto ordine morale naturale. Il sole sta innanzi, ossia la grazia di Dio è oltre, proprio perché è la sola che può rischiare totalmente le tenebre del peccato.

Dante, impaurito dalle tre fiere, aveva incontrato il maestro all’inizio del suo cammino. A Virgilio era stato affidato un compito preciso: traghettare il poeta fuori dal suo smarrimento morale ed intellettuale. Tale traviamento – alla luce di questi versi che concludono il discorso del poeta romano – si può sintetizzare in un uso disordinato della libertà.

Ogni uomo, infatti, custodisce un bene preziosissimo, marca della propria dignità, ossia l’essere libero. Tuttavia, una tale caratteristica è stata – sin da sempre – un’arma a doppio taglio. Come poter valorizzare la libertà? Si compie la libertà semplicemente – come il nostro mondo pensa – nel far ciò che si vuole? Una tale declinazione della libertà è semplicemente superficiale e certamente non permette all’uomo una piena realizzazione.

In altri termini, è vero che l’uomo può operare il male, ma esercitando il suo arbitrio verso il disordine morale non fa altro che rovinare se stesso. Certo, è stato libero, ma la sua libertà lo ha fatto smarrire rispetto innanzitutto alla propria umanità. Il cammino di Dante, allora, è innanzitutto quello di valorizzare una libertà, purificata dal male, in modo che la capacità di discernimento, innanzitutto razionale, possa guidarlo nell’ordinare la propria vita secondo virtù, ossia secondo il vero bene che ancor prima che essere soprannaturale, riguarda la sfera della mera umanità.

Virgilio, infatti, in qualità di maestro pagano, non può dir nulla circa la fede e la salvezza eterna, ma può dir tanto in ordine ad una umanità ben fatta, che è appunto il primo passo per ben disporsi ad accogliere la fede e in ultimo la redenzione operata da Cristo.

Adesso, dopo l’itinerario di discernimento, Dante scopre come valorizzare a pieno la propria libertà, innanzitutto liberandola dal male ed orientandola al bene, dunque in modo pienamente ragionevole. Il maestro lo corona e consacra signore di se stesso.

Dante così ci appare come il testimone di una retta volontà, tutta orientata all’accoglimento della grazia.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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