«Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa
»

(Inferno, canto III, vv. 49-51)

Varcata la porta dell’Inferno non senza ritrosia e paura, Dante, preso per mano da Virgilio, sente un accavallarsi di grida, parole d’odio, strepiti in un’atmosfera buia. Siamo nell’Anticamera o Vestibolo dell’Inferno. Da dove provengono quegli orribili suoni che al sol sentirli fanno scendere dagli occhi del pellegrino dell’ al di là copiose lacrime?

Virgilio spiega che sono le anime degli ignavi, ossia di coloro che durante la loro vita vissero «sanza infamia e sanza lodo» (Inf, c. III, v. 36). Sono coloro che hanno disdegnato di prendere una posizione tra il bene e il male, di scegliere e combattere in un campo ben determinato. Un antico detto così si esprime: aut Deus aut diabolus, tertium non datur. Questi si son voluti collocare in quell’assurda terza posizione dimostrando semplicemente viltà. Ma questa non-scelta è in qualche modo già stata una scelta, una scelta che li ha portati a collaborare con il male, a favorirlo, anziché ostacolarlo.

Ed ecco che – per la legge del contrappasso che in questo canto si trova per la prima volta – sono condannati a correre dietro una bandiera insignificante, rosi da insetti inutili.

Ma è singolare il luogo dello spirito in cui Dante li colloca. Con una novità rispetto alla tradizione teologica e letteraria, gli ignavi sono messi al di fuori dell’Inferno, ad indicare che sono rigettati anche dagli stessi malvagi. Il consiglio di Virgilio rispetto ai pusillanimi è quello – divenuto ormai un detto popolare – di non curarsi di loro ma di guardare ed andare oltre.

Ma in questo percorso – in cui sono presenti addirittura anche gli angeli che non hanno voluto scegliere né per Dio né per l’angelo ribelle – il poeta intravede l’ombra di colui che «per viltà fece il gran rifiuto» (Inf. c. III, v. 60). Ora, quasi unanimemente, tale riferimento è attribuito a papa Celestino V che, rinunciando al papato, favorì l’elezione di Bonifacio VIII, nemico della fazione politica fiorentina di Dante e ritenuto responsabile dell’esilio del poeta stesso.

Ma sono, altresì, non meno significative quelle interpretazioni minoritarie che vedono in quel riferimento: il personaggio biblico di Esaù che scambiò la sua primogenitura con il fratello per un piatto di lenticchie (cfr. Gen 25,29-34)  o Pilato, tristemente famoso per essersi lavato le mani circa la condanna di Gesù (cfr. Mt 27,24) o ancora l’Imperatore Giuliano l’apostata, che rinunciò alla fede cristiana tornando al paganesimo.

Dante è, invece, un uomo che ha seguito i propri ideali etico-politici. Si è sempre schierato non curante di pericoli per la propria vita e carriera. La sua morte in esilio da questo punto di vista è emblematica.

In questi versi, dunque, il Sommo Poeta invita l’uomo di ogni tempo a non essere tiepido, a non essere indifferente, a non essere vile, ma a prendere posizione, a non rimanere in silenzio, perché un tale atteggiamento è già un male in sé. Tali versi fanno ricordare del resto un passo dell’Apocalisse in cui alla Chiesa di Laodicèa viene trasmesso questo messaggio: «conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,15-16).

Daniele Fazio

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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