però che, giunti, l’un l’altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch’ogn’erba si conosce per lo seme.
(Purgatorio, c. XVI, vv. 112-114)

Perché il mondo va male? Lo chiede Dante al suo interlocutore, Marco Lombardo, incontrato nella cornice degli iracondi. Marco è un personaggio relativamente famoso, attivo nelle corti del Nord Italia, tra la Lombardia e la Romagna. Incarna uno spirito virtuoso e cavalleresco. Quegli antichi valori, nel tempo vissuto da Dante, sembrano smarriti. Lo stesso scenario della Cornice descritto da fumo nerissimo e pungente che rende cieco lo stesso Dante indica lo smarrimento che la corruzione provoca. Solo la luce della ragione, rappresentata da Virgilio, potrà superare il buio e condurre alla rettitudine morale.

Ora la crisi morale e politica che attraversa i tempi fa sorgere negli uomini la domanda circa l’origine e la responsabilità di tale stato di cose. Alcuni addebitano al cielo una tale causa, mentre altri conducono motivazioni ultime alla condotta degli uomini.

Lombardo spiega a Dante che se tutto fosse riconducibile all’influenza degli astri, ciò annullerebbe il libero arbitrio e la volontà degli uomini. Ora, è vero che alcune azioni sono ispirate dal cielo, ma mai – proprio per volere divino – la volontà dell’uomo può essere piegata alla volontà di Dio o di qualsiasi altra forza celeste. Seguire il retto ordine deve essere una scelta libera dell’uomo ed è grazie a ciò che l’uomo acquista virtù e quindi sarà degno del premio eterno, altresì è sempre una libera decisione dell’uomo accumulare vizi e quindi diventare meritevole della condanna eterna.

Il mondo, dunque, è disordinato perché ha rinunciato alla rettitudine dei rapporti tra il sacro e il profano. Le anime sono confuse perché il papato e l’impero non sono più uniti: ognuno non regna nel proprio ordine, ma vuol regnare in quello dell’altro. Più che procedere concordi si combattono l’un l’altro.

La terzina che qui illustriamo, dunque, è l’apice del ragionamento del sommo poeta. Impero e Papato non sono più uniti e quindi l’uno teme l’altro con conseguenze terribili. Dalla natura del seme si riconosce ciò che sarà la pianta. Se il seme è già guasto non si potrà sperare in una pianta che porti buoni frutti. Valori e cortesia, dunque, sono scomparsi anche in ragion del fatto che come anticipato nel verso 97 di questo Canto: le leggi son, ma chi pon mano a esse?

Le leggi cui si fa riferimento sono innanzitutto quelli divine, che hanno un loro specchio nel diritto naturale, conosciuto dall’uomo grazie alla ragione. Esso deve fungere da guida ed ispirazione nella codificazione delle leggi umane/positive. L’ordine politico ha l’obbligo di farle applicare, ma se esso non esiste o è in decadenza o ostacolato il risultato non sarà altro che confusione e corruzione. Quando le leggi, ossia l’ordine naturale e divino del mondo, non vengono considerate, ecco che si vive nel disordine, che genera crisi morali, culturali, spirituali, politiche, sociali ed economiche.

Da questo punto di vista, l’intero poema sacro dantesco può essere letto anche come una disamina della crisi in tutti i suoi aspetti e come il tentativo morale di proporre una via d’uscita. Se il mondo è intriso di male, Dante non si rassegna a questo – come fosse un nichilista – ma sub specie aeternitatis, riporta tematicamente all’origine la soluzione dei problemi e l’origine sta proprio nel far procedere assieme natura e grazia.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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