Tra gli antichi egizi era diffusa una razza canina di tipo levrieroide, il Tesem (trad. “cane da caccia”) di cui abbiamo numerose testimonianze archeologiche. Si trattava di un cane snello e longilineo, con lunghe orecchie dritte e appuntite e coda arricciata verso il dorso morfologicamente simili alle raffigurazioni in forma animale di Anubi, il dio dei morti e dell’oltretomba. La prima selezione di questa razza è cronologicamente collocabile nel periodo predinastico (3900-3060 a.C.) e lo ritroviamo rappresentato nel periodo semainiano e, successivamente, nella tomba di Cheope.

Dall’Egitto, tramite i Fenici, questo levriero si diffondeva nella fascia nord-occidentale dell’Africa e in particolare nella Cirenaica e da qui in Sicilia e Spagna. In queste nuove regioni fu ulteriormente selezionato, per adattarlo alla morfologia del territorio e alla selvaggina locale, preferendo alle qualità atletiche legate alla velocità le doti squisitamente venatorie quali la cerca, lo scovo e la seguita.

In Sicilia questa tipologia di cane veniva emblematicamente denominato Kyrenaikòs (da cui il latino Cyrnaecus e il siciliano cirnecu) ed era raffigurato in svariate tipologie monetarie delle città siciliane. Appare, ad esempio nella monetazione di Segesta del 450 a.C. e nelle produzioni di Erice, Siracusa, Messana e Adrano. Proprio nella località etnea storia e leggenda si fondono e molti hanno riconosciuto nei cirnechi i cani che, secondo Claudio Eliano (II secolo d.C.), erano ministri e servitori del dio Adrano. Questi “che superano in bellezza e grandezza i cani molossi, e sono di numero non inferiore al migliaio. […] durante il giorno accolgono festosamente, dimenando la coda, i visitatori che si recano al santuario o al circostante boschetto sacro […], durante la notte accompagnano con grande benevolenza, a guisa di scorta, quelli già ubriachi e coloro che non si reggono in piedi lungo il cammino, riconducendoli ciascuno alla propria casa. Fanno però espiare il giusto castigo a coloro che nell’ubriachezza commettono empietà: difatti li assalgono e lacerano la loro veste, e a tal punto li fanno rinsavire. Ma sbranano in maniera crudelissima coloro che provano a rubare gli abiti altrui”.

Il cirneco è pure rappresentato nei mosaici della Villa romana del Casale di Piazza Armerina in scene di caccia al cinghiale, alla volpe e alla lepre. La razza, i cui caratteri originali stavano sfumando, veniva salvata grazie all’opera di un veterinario di Adrano, il dottor Maurizio Migneco, che nel 1932 pubblicava la prima descrizione del cirneco. Contestualmente si appellava agli appassionati di cinofilia per la ricostituzione dell’antica razza e trovava in Filippo Sferlazzas, in Domenico Diletti e, soprattutto, in Agata Paternò Castello i principali promotori. La nobildonna siciliana può essere considerata la “madre” del cirneco dell’Etna, così definito nel 1939 quando otteneva il riconoscimento ENCI. A lei il merito di aver salvato dall’estinzione la più antica razza italiana. Un cane fiero e orgoglioso, dall’andatura nobile e leggiadra, che si candida a divenire uno dei più importanti simboli di un’isola al centro del Mediterraneo.

 

Giuseppe Campagna

 

Di Giuseppe Campagna

Dottore di ricerca in “Scienze storiche, archeologiche e filologiche” e cultore della materia Storia Moderna presso l’Università di Messina. Tra le varie pubblicazioni "Randazzo ebraica. Presenza giudaica e neofitismo in un centro del Valdemone (secc. XV-XVI)", Aracne, Roma 2019; "Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI)", Rubbettino, Soveria Mannelli 2020.

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