Magna_EuropaSi pubblica di seguito uno stralcio tratto dal Saggio di Presentazione di Giovanni Cantoni, titolato Magna Europa. Dal «concetto» al «precetto» in una «pre-visione» imperiale, al volume: AA. VV., Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa, a cura di G. Cantoni e F. Pappalardo, D’Ettoris Editori, Crotone 2006.

L’Autore utilizza ampie citazioni del pensatore svizzero Gonzague de Reynold [1880 – 1970] e dello storico belga Charles Verlinden [1907 – 1996], offrendo al lettore un approfondimento circa i movimenti della storia europea che attraverso l’ampliamento verso una storia atlantica possono costituire una genesi “culturale” del fenomeno che oggi chiamiamo “globalizzazione”:

Ancora prima, nel 1950, riflettendo su uno specifico fatto storico, cioè costatando piuttosto che teorizzando, Reynold notava: «Nel 1917, quando gli americani sono intervenuti per la prima volta nella guerra europea, quando sono sbarcati in Francia, l’avvenimento che si preparava dalla fine del secolo XV si è compiuto: la storia è diventata mondiale. Nel 1950, le grandi forze storiche sono sempre presenti, ma sull’intero globo, non più nella sola Europa e nel solo Mediterraneo. Vi è sempre un Occidente di fronte ad un Oriente, ma l’Europa, o quanto ne rimane, ne è solamente la testa di ponte. Il corpo di questo Occidente è il doppio continente americano. Il luogo dei rapporti, il mare nostrum non è più il Mediterraneo, ma l’Atlantico. Ecco a mio avviso un “dato scontato”.

A partire da Cristoforo Colombo [1451 ca. – 1506], hanno avuto inizio due movimenti storici. Il primo, all’inizio lentamente, poi, nel secolo XIX, con una rapidità divenuta dopo questa guerra [la Seconda Guerra Mondiale (1939 – 1945) un precipitare: il trasferimento dell’Europa in America. Nello stesso tempo, ma con forza minore, si affermava il secondo: l’attrazione dell’Europa sull’America, l’abbandono dell’ “isolamento”. Gli americani sono da noi e noi siamo da loro. Nulla di più naturale: l’America è figlia dell’Europa» (Reynold 1950, 33 – 34).

Stando così le cose – incalza lo stesso Reynold –, «la missione dell’Europa è compiuta?

«A partire dalle grandi scoperte, la sua storia offre somiglianze che colpiscono con quelle della Grecia, al punto che questa ci pare la ripetizione generale di quella. Come l’Ellade, l’Europa si è esaurita, sia a causa delle divisioni interne, sia dell’eccessiva espansione nel mondo. I quattro grandi secoli della sua egemonia sono terminati. Essa resta comunque forte della sua posizione nel mondo, dei suoi privilegi naturali e della sua potenza civilizzatrice.

«Ma la marcia della civiltà avviene da oriente ad occidente, per trasmissione ereditaria. La civiltà è nata nell’Asia anteriore. L’Asia anteriore ha lasciato la propria eredità alla Grecia, che ha lasciato la sua all’impero romano, che ha lasciato la sua all’Europa. Sulla base di molteplici indizi, ci si può chiedere se l’Europa non ha trovato un’erede in sua figlia, l’America. Quanto è stata colonia diventa impero e metropoli, quanto è stato impero e metropoli può ridiventare colonia.

«Per certo, comincia la storia del mondo. Comincia affermando fra essa e quella dell’Europa la stessa analogia che esisteva fra quella dell’Europa e la storia greca. Sono cambiate solamente le dimensioni. Vi è il mare nostrum, ma è l’Atlantico. Vi è sempre l’Asia delle invasioni, ma è l’impero sovietico. Fra la sua massa e la massa americana vi è sempre una specie di Grecia, una testa di ponte: siamo noi. L’Occidente e l’Oriente sono, attraverso il globo, l’uno di fronte all’altro, come erano stati per così tanto tempo a sud e a est dell’Europa.

«La terra – conclude significativamente il pensatore svizzero – è rotonda, ma si è ristretta» (Reynold 1949, 181).

Pochi anni dopo, precisamente nel 1953, Verlinden scrive: «È oggi certa l’esistenza di una civiltà atlantica e che le nazioni dell’Europa Occidentale così come quelle delle due Americhe e dell’Africa Meridionale vi sono ogni giorno più completamente integrate» (Verlinden 1953, 378); quindi osserva che «è impossibile studiare le origini di questa civiltà atlantica senza risalire alle origini della colonizzazione in queste zone» (Verlinden 1953, 378), nelle quali, « […] sia che ci troviamo di fronte a fenomeni di filiazione o di adattamento, l’eredità del Medioevo europeo o mediterraneo, o piuttosto una combinazione dei due, è proiettato attraverso lo spazio atlantico» (Verlinden 1953, 381); finalmente conclude che «questa civiltà, anche dove ha incorporato importanti elementi indigeni preesistenti, come in America Centrale e nella maggior parte dei paesi sudamericani, è europea e occidentale nei suoi quadri, cioè nella sua struttura istituzionale ed economica. Se ha potuto conseguire il livello di unità nella diversità che al caratterizza e che fa sì che Città del Capo somigli più a Buenos Aires e a Parigi che a La Mecca o a Pechino, questo è dovuto anzitutto al fatto che la storia è andata nello stesso senso in tutta la zona che c’interessa, il che torna a dire che le basi di partenza sono stati comuni, dal momento che vanno cercate nel Medioevo e in Europa» (Verlinden 1953, 381). Ma – prosegue –, «per rendere questo assolutamente evidente e per creare nella coscienza storica i nuovi abiti mentali comportati da questo cambiamento di punti di vista, sarà necessario un lungo lavoro, tanto più che su scala mondiale altre zone di civiltà altrettanto vaste, se non così unite nella diversità della zona atlantica, possono essere perfettamente concepite» (Verlinden 1953, 381). Allo scopo s’impone il superamento della concezione «nazionale» della storia coloniale, cioè della storia che studia esclusivamente le colonie fondate da una determinata metropoli e in funzione di questa, perché – lo storico belga esemplifica sulla base di quanto accaduto in Canada – «è vero che esiste, fra la fine del Medioevo e lo sviluppo della colonizzazione canadese, uno iato molto lungo. Ma nel frattempo la società francese ha continuato a vivere della sua cultura medioevale, come hanno fatto le altre società dell’Europa Occidentale, costituendo così società caratteristiche dell’Antico Regime. E questa struttura d’Antico Regime, a base medioevale e a elaborazione nazionale nettamente differenziata, si è proiettata dall’altro lato dell’Oceano. Tutte le società occidentali che hanno avuto la forza di creare colonie di popolamento nella zona atlantica presentano caratteri analoghi. Dunque, diversità nazionale, ma unità di fondo occidentale» (Verlinden, 1953, 394). Da questa prospettiva nasce l’incitamento «[…] a studiare l’omogeneità, la consistenza delle grandi zone di civiltà e anche le loro “frontiere”. E forse giungendo a risultati d’interesse non solo per gli studiosi, ma che eviterebbero errori anche agli uomini politici» (Verlinden, 1953, 398).

Proprio il «restringimento» di cui parla Reynold, ben fondato sul lungo periodo da Verlinden, che ne trae una possibile, significativa lezione anche per la politica, da qualche tempo – da quando, soprattutto, esso viene colto anche dai più grazie alla sua enorme rilevanza pure economica – viene indicato con il nome di globalizzazione; e l’Oriente non si chiama più «impero sovietico» ma è indicato con altri nomi. (op. cit. pp. 16 – 19).

Citazioni presenti nel testo:

Reynold 1949 = Gonzague de Reynold, Universalité de l’historie, in La Revue Hommes et Mondes, tomo X, n. 39, Parigi ottobre 1949, pp. 163 – 181.

Reynold 1950 = Gonzague de Reynold, Impressions d’Amérique, Marguerat, Losanna 1950

Verlinden 1953 = Charles Verlinden, Les origines coloniales del a civilisation atlantique. Antécédents et types de structures, in Commision INternationale pour un Histoire du Dévoloppement Scientifique et Culturel de l’Humanité, Cahier d’Histoire Mondiale. Journal of World History. Cuadernos de Historia Mundial, vol. I, n.2, Libraire des Méridiens, Parigi ottobre 1953, pp. 378 – 398.

 

Di Redazione

Redazione di Europamediterraneo.it

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