Antigone è una delle figure più suggestive delle tragedie scritte da Sofocle (497-406 a.C.). Fa parte del ciclo tebano in cui il tragediografo narra le vicissitudine di Edipo e della sua stirpe. Ma perché l’Antigone ha inciso sulla nostra cultura così profondamente non solo da avere ripetute rappresentazioni in diverse epoche, ma anche da essere citata in ambiti distinti dall’arte teatrale, come ad esempio, nella filosofia del diritto di Hegel?

Innanzitutto ripercorriamo brevemente la trama. Creonte è il nuovo re di Tebe. Il nipote, Polinice nonché fratello di Antigone, è morto durante la precedente guerra dei Sette per prendere il potere su Tebe, ma è morto scontrandosi con l’altro fratello Eteocle, assediando Tebe essendo alleato con la città di Argo. Dunque, Creonte emetterà un decreto secondo cui è vietato seppellire il corpo di Polinice che quindi viene privato degli onori funebri. Antigone, contravvenendo al decreto, prima getta della sabbia sul corpo del fratello nell’ottica della sepoltura, ma successivamente verrà scoperta da un soldato quando ritornerà per continuare nel suo intento. A questo punto, Creonte rinchiude la nipote in una grotta quale punizione per aver violato il decreto del re. Lì Antigone dovrà finire i suoi giorni.

Creonte è inizialmente irremovibile, ma dopo le pressioni dell’indovino Tiresia – che annuncia conseguenze nefaste se il re avesse perseverato nell’intento – cede. Tuttavia, è troppo tardi perché intanto Antigone si è tolta la vita nel luogo della prigionia. In conseguenza di ciò, Ermone figlio di Creonte, e promesso sposo di Antigone, si toglie la vita e dopo poco tempo anche la moglie Euridice farà lo stesso. Creonte resterà solo a maledire l’atto di tracotanza del suo potere contro un’antica legge non scritta, ossia la pietas verso i morti nel dar loro degna sepoltura.

Il problema etico-giuridico dell’Antigone sta proprio in questo: fin dove il diritto positivo, la legislazione degli uomini, di uno stato può spingersi? È assoluta? Può violare quelle leggi non scritte ma codificate nella natura di ogni uomo e trascendenti che sono alla base della retta convivenza? E quando lo fa cosa quali sono le conseguenze?

Ecco il passaggio centrale della tragedia:
«Creonte: È così tu hai osato violare le mie leggi?
Antigone: Sì, perché non le ha proclamate Zeus. Né la giustizia che abita con gli dèi quaggiù; Né l’uno, né l’altra le hanno stabilite tra gli uomini. Io non ritengo che i tuoi decreti siano tanto forti che tu mortale, possa passare oltre alle leggi non scritte ed immutabili degli dèi. Esse esistono non da oggi né da ieri, ma da sempre: nessuno sa quando sono apparse, per il timore della volontà di uomo non dovevo rischiare che gli dèi mi punissero».

Lo Stato (gli uomini) nel legiferare non sono slegati da ogni vincolo etico, ma devono farlo in conformità con una grammatica interiore presente nella natura e che offre un’inclinazione etica chiara. Il diritto positivo ogni qualvolta si declina contro queste leggi non scritte non fa altro che complicare i problemi più che risolverli. Ed ecco che Antigone diventa il simbolo della lotta contro ogni ideologia che vuole reinventare l’uomo e le società, il simbolo della lotta contro ogni forma di totalitarismo culturale e politico, il simbolo della lotta contro ogni forma di tecnocrazia, il simbolo dell’affermazione di un ordine trascendente che non può essere eliminato, al costo di innescare una catena di disordini non più arginabile.

Meditare sulla scena finale che ritrae Creonte solo e desolato, intento a maledirsi per la propria intransigenza non può che far riflettere ancora, dopo millenni, sul fatto che l’uomo è portatore di una dignità legata innanzitutto alla sua vita e che nessun potere umano deve violare. Antigone ancora oggi ci ricorda che questo non avviene pacificamente, ma sovente nella storia si susseguono uomini che hanno il nobile compito di ricordarlo, di resistere e di lottare perché il potere della legge degli uomini non neghi la giustizia perenne inscritta nella legge naturale, nella legge divina.

Daniele Fazio

Di Daniele Fazio

Dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia, cultore della materia presso la cattedra di Filosofia morale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Ateneo messinese con cui regolarmente collabora dal 2009. È stato borsista del Centro Universitario Cattolico ed è risultato vincitore del premio per un saggio di filosofia morale (2014), bandito dalla Società Italiana di Filosofia Morale. È docente di Filosofia e Storia nei Licei e corrispondente per la zona tirrenica della provincia di Messina della Gazzetta del Sud.

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