Al di là dell’apparente paradosso, occorre spiegarsi come mai una forma di vita comunitaria, qual è quella monastica, che per principio e con chiara determinazione si prefigge di isolarsi dal mondo, abbia poi rappresentato un pilastro fondamentale e imprescindibile nella costruzione e nell’espansione della società europea medievale – ossia della cristianità occidentale. Abbia cioè costituito, in un mondo in cui l’organizzazione politica della società e gli stessi legami personali erano in disfacimento, una riserva spirituale – come ebbe a ricordare papa Benedetto XVI – dalla quale prese linfa una società cristiana.

Questo itinerario, che partendo dall’abbandono del mondo produsse poi una fioritura di civiltà, trova una tra le sue tante paradigmatiche attestazioni nella figura e nella biografia di un importante religioso siciliano del secolo XIV: l’abate benedettino Angelo Senisio.

Catanese, nato verosimilmente nel secondo decennio del Trecento, Angelo Senisio (o Sinisio) si formò presso il monastero di San Nicolò la Rena di Catania, che fu retto dal 1336 al 1363 dall’abate Giacomo de Soris, che peraltro era suo zio. Il de Soris ebbe il merito di riorganizzare la vita religiosa dei monasteri a lui sottoposti, e per questo gli fu richiesto dall’arcivescovo di Monreale Emanuele Spinola di inviare un drappello di religiosi ben formati presso il monastero di Santa Maria di Maniace, che era posto sotto la sua giurisdizione, affinché lo riformassero, risollevandolo dallo stato di degrado spirituale e disciplinare in cui versava. L’abate de Soris perciò decise di inviare al monastero di Maniace dodici monaci guidati dal nipote, il quale dopo aspre lotte finalizzate a imporre l’osservanza della regola benedettina fu costretto ad abbandonare quel monastero.

Angelo Senisio non fece però ritorno a Catania, ma si recò a Monreale presso l’arcivescovo Spinola con l’intento di costituire una nuova comunità che vivesse nello spirito della Regola di san Benedetto. Fu perciò incaricato di fondare un monastero nei luoghi in cui un’antica tradizione voleva che ne fosse esistito già uno, fatto edificare per impulso di papa Gregorio magno e poi andato distrutto al tempo della conquista musulmana della Sicilia. Si tratta del monastero di San Martino delle Scale, che Angelo Senisio guidò dal 1347 come priore e quindi dal 1352 quale primo abate.

Gli inizi furono tutt’altro che facili. Nella donazione ricevuta dalla diocesi di Monreale occorreva dissodare terreni incolti, strutturare l’edificio che avrebbe dovuto accogliere i monaci, organizzare la vita comunitaria e soprattutto la pratica liturgica. Peraltro il monastero fu coinvolto, fin quasi dalla sua fondazione, nelle lotte tra potentati feudali che travagliarono la Sicilia per tutta la seconda metà del secolo XIV. L’abate Senisio, che era legato alla parte perdente, riuscì solo a fatica a districarsene, ma ben presto la situazione cambiò: al monastero si avvicinarono molti postulanti e il numero dei monaci crebbe rapidamente, e allo stesso tempo aumentò, in virtù di molte donazioni, il suo patrimonio, tanto che fu possibile promuovere e dotare nuovi insediamenti monastici. Durante le pestilenze e le carestie che a metà secolo colpirono la Sicilia, San Martino delle Scale si dimostrò un luogo di accoglienza e carità per malati e bisognosi, nonché punto di riferimento per quanti cercavano un ambiente di profonda spiritualità.

L’abate Senisio attrezzò fin dai primi anni il monastero di uno scriptorium nel quale vennero copiati numerosi manoscritti, soprattutto com’è facilmente intuibile di materia religiosa e liturgica. Costituì così una biblioteca, che negli anni fu arricchita da cospicue acquisizioni di libri, tanto da divenire una delle più ricche della Sicilia del tempo: nel 1388, come si evince da un catalogo, contava ben 390 codici. Oltretutto San Martino delle Scale divenne in poco tempo un importante centro di istruzione e di formazione monastica, tanto che ad alcuni suoi monaci furono affidate importanti incombenze in ambito ecclesiale e diplomatico. In particolare, fu significativo l’invio, su richiesta del papa, di sei monaci presso il monastero di Montecassino, che vi si trasferirono insieme ad altri sei provenienti da San Nicolò la Rena, poiché la casa madre del monachesimo benedettino necessitava di essere rivitalizzata. Un’analoga richiesta fu accolta in favore del monastero di San Paolo a Roma.

In questi anni l’abate Senisio, oltre a dirigere con mano ferma lo sviluppo dell’abbazia, come ci testimoniano le raccolte di documenti amministrativi scritti sia in volgare siciliano (oggi editi con il titolo di Caternu di l’abbati Sinisio), sia in latino (Catalogus contractuum et bonorum monasterii Sancti Martini), si impegnò in un’intensa attività formativa. A questo scopo scrisse alcune opere in lingua latina oggi purtroppo perdute: De modo meditandi, Expositio Regulae Sancti Benedicti, Venimecum, il cui contenuto si può facilmente intuire dai titoli. Gli si attribuisce anche una storia, fino a oggi non reperita, di San Martino delle Scale. Accanto a queste opere, ricordiamo anche la stesura di un vocabolario latino intitolato Declarus (edito da A. Marinoni, Dal Declarus di A. Senisio. I vocaboli siciliani, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 1956), tra le cui voci ritroviamo un gran numero di forme siciliane talvolta latinizzate. Si tratta, come si vede, di uno strumento destinato alla formazione culturale dei monaci, specialmente di quelli che si avvicinavano allo studio della lingua della liturgia. Del resto, sotto il governo del Senisio presso lo scriptorium del monastero vedono la luce i volgarizzamenti in siciliano di importanti opere di materia religiosa.

San Martino delle Scale, dunque, prosperò sotto la guida del suo abate fondatore e sappiamo dai documenti del tempo che nel 1375 accoglieva ben 73 residenti, tra monaci, novizi e conversi. Il Senisio, del resto, aveva gettato le basi per una tradizione di spiritualità e di pratica religiosa che persisterà per secoli, con momenti di grande splendore artistico e culturale, ma che verrà brutalmente interrotta nel 1866, a seguito dell’approvazione delle leggi eversive volute dal Regno d’Italia. La comunità monastica in quell’anno fu costretta a lasciare San Martino delle Scale e dispersa, mentre l’immenso patrimonio artistico e librario accumulato nei secoli fu saccheggiato e in parte cospicua è andato disperso o perduto. Solo alcuni decenni dopo è stata possibile la ricostituzione dell’abbazia.

L’abate Angelo Senisio lasciò questa terra il 27 novembre del 1386. È onorato con i titoli di reverendissimus vir e di beato, ed è menzionato nel calendario benedettino.

Ferdinando Raffaele

Per approfondire si segnalano la monografia di G. Frangipani, Storia del monastero di San Martino presso Palermo, Tipografia Metastasio, Assisi 1905 e il volume curato dai monaci di San Martino Angelo Sinisio e i primordi dell’Abbazia di San Martino. Mostra storico-documentaria, Officina della Memoria, San Martino delle Scale 1996.

Di Ferdinando Raffaele

Docente di Materie letterarie presso gli Istituti superiori, dottore di ricerca in Scienze letterarie e linguistiche e in Scienze politiche, storiche e filosofico-simboliche, abilitato alle funzioni di professore ordinario per il settore concorsuale 10E/1 (Filologie e letterature mediolatina e romanze), per il quale è attualmente professore a contratto presso l’Università Kore di Enna.

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